Il libro dei valori

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Classe 3B - Istituto Comprensivo “Frascolla” -- TARANTO (TA), TARANTO (TA)

"La partecipazione è la forma più alta di libertà"


La partecipazione è la forma più alta di libertà perché intende la libertà come momento di assunzione di responsabilità.
Chi partecipa e vive la libertà non ignora quello che accade ...


La partecipazione è la forma più alta di libertà perché intende la libertà come momento di assunzione di responsabilità.
Chi partecipa e vive la libertà non ignora quello che accade intorno a lui, collabora per la risoluzione dei problemi perché comprende che il problema di un solo uomo è anche il problema di tutti.
Conoscere la legge, i propri diritti e i propri doveri, consente di partecipare ma la sola conoscenza non basta è necessario
“ correre dei rischi” esporsi assumere le proprie responsabilità appunto.
A questo bisogna prepararsi imparando ad ascoltare, a mediare, a comprendere le posizioni degli altri, a esporre le proprie idee senza pretendere che siano le uniche e sempre le migliori.
Così si gioca insieme e si vince ….
Si vince un mondo migliore che inizia da se stessi, dalla classe, dalla famiglia, dal gruppo degli amici e poi dal lavoro …….
E così si diventa grandi.

IVD-Rossetti Giulia, Boiocchi Carlotta, Lauciello Alberto, Rustici Alessandro, Gibilaro Daniele - Liceo Scientifico "G. Novello" -- Codogno (LO), Codogno (LO)

Censura e libertà

LA COSTITUZIONE
DOVERI NELLA COSTITUZIONE :
Il concetto giuridico di dovere:
• Con il termine dovere intendiamo la situazione svantaggiosa di un soggetto al quale la norma imponga di tenere un dato ...

LA COSTITUZIONE
DOVERI NELLA COSTITUZIONE :
Il concetto giuridico di dovere:
• Con il termine dovere intendiamo la situazione svantaggiosa di un soggetto al quale la norma imponga di tenere un dato comportamento a vantaggio di un altro soggetto.
Differenza tra obbligo e dovere:
• Anche se nel linguaggio comune il dovere e l’obbligo sono usati in modo indifferente per descrivere la stessa situazione giuridica, in realtà la dottrina ha proposto di usare il termine dovere per designare una situazione svantaggiosa cui non corrisponde una pretesa e con il termine obbligo, invece, la situazione soggettiva che è correlata ad una pretesa.
I doveri nella costituzione:
• Dalla lettura complessiva della Carta costituzionale, si può affermare che il principio generale del sistema pare essere la liceità e la libertà piuttosto che i vincoli ed i doveri.
• In tal senso, da ricordare l’art. 23 Cost. che riserva alla legge l’indicazione di prestazioni obbligatorie sia di natura personale, sia di natura patrimoniale.
La chiave di lettura dei doveri costituzionali:
• La chiave di lettura di tutti i doveri va senz’altro ricercata nell’art. 2 Cost., che impone doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
• L’art. 2 Cost. rappresenta lo sfondo su cui collocare l’insieme dei doveri facenti capo al cittadino e all’uomo.

L’art. 2 Cost.: le principali problematiche interpretative:
• L’art. 2 si riferisce ai doveri dell’uomo e non solo ai doveri dei cittadini.
• Rappresenta “una clausola chiusa” nel senso che la legge potrà prevedere doveri soltanto se funzionali alla realizzazione del principio di solidarietà o di altri diritti costituzionalmente protetti.
L’elenco dei doveri costituzionali:
• Il dovere di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società (art. 4 Cost.).
• Il dovere di votare (art. 48 Cost.).
• Il dovere di difendere la Patria (art. 52 Cost.)
• Il dovere di concorrere alle spese pubbliche (art. 53 Cost.).
• Il dovere di essere fedeli alla Repubblica (art. 54 Cost.)
L’etica come scienza del dovere:
• Il dovere nasce dalle relazioni umane e indica ciò che ciascuno deve dare agli altri. Il riconoscimento del dovere avviene, però, solo ad un certo punto dell'evoluzione, ossia quando la coscienza è guidata dall'etica.
• «Lo scopo che è vostro dovere raggiungere è il perfezionamento morale vostro e degli altri, è la comunione sempre più intima e vasta fra tutti i membri della famiglia umana in modo che un giorno essa non riconosca che una sola legge» Dei doveri dell'uomo,Giuseppe Mazzini

Il lavoro come dovere:
• La costituzione intende riferirsi più ad un contenuto etico minimo che ad un vero e proprio dovere di lavorare, sanzionabile qualora fosse trasgredito.
• Per LAVORO si intende qualsiasi attività – materiale o spirituale – che concorra al progresso della comunità.
• Nessuno può essere costretto a compiere un lavoro obbligatorio (art. 5 Carta di Nizza).
• Il 2° c. dell’art. 4 Cost. rafforza l’idea del lavoro come libertà e strumento di espressione della personalità dell’individuo. In tale ottica l’art. 4 con il suo amplissimo riferimento alle possibilità ed alle inclinazioni finisce per costituire un limite all’azione statale più che un obbligo per il soggetto privato.

Il dovere civico del voto
• L’art. 48, 2° c., stabilisce che l’esercizio del diritto di voto è un dovere civico.
• La dottrina però non ritiene che la disposizione abbia un valore precettivo ma solo esortativo.
• In realtà pare condivisibile l’opinione di chi ritiene che sancire in generale l’obbligatorietà del voto abbia il solo significato di consentire al legislatore di poterlo introdurre a sua discrezione.

Il dovere di difesa della Patria
• L’art. 52 è espressione di un principio di solidarietà politica, vale a dire della necessità che vengano difesi, anche attivamente, i valori reali ed ideali sui quali si fonda la Costituzione e si fonda la Repubblica.
• La Costituzione sembra rendere doverosa la difesa della Patria per il cittadino anche se non si può escludere che il legislatore possa imporre anche a coloro che non sono cittadini la prestazione del servizio militare.
• La sacralità va intesa nel senso di operare senza risparmio di energie fisiche, morali ed intellettuali.
• La Patria può essere difesa anche fuori dal suo territorio con delle missioni estere che abbiano il fine della pace e della sicurezza delle nazioni.

Il dovere di fedeltà alla Repubblica
• La fedeltà alla Repubblica va intesa nella fedeltà nelle istituzioni che ci rappresentano e che esercitano le funzioni loro attribuite nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione in base al principio della sovranità popolare.
• La fedeltà va anche costruita attorno alla Costituzione nel suo insieme, vale a dire nel complesso dei valori e principi costituzionali.
• In sostanza il dovere di fedeltà alla Repubblica consiste nel rigoroso adempimento del dovere di osservare le leggi legittimamente poste secondo le procedure costituzionali.

• Costituzione della repubblica italiana
• 1215 magna chartalibertatum
• 1647 patto del popolo dei Levellers
• 1689 Bill of rights
• 1776 dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America
• 1789 dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino
• 1791 costituzione francese
• 1793 costituzione francese
• 1795 costituzione francese
• 1849 costituzione repubblica romana


IL PATTO DEL POPOLO

Stampato nell'anno del Signore 1647


Avendo noi, con i nostri passati travagli e pericoli, fatto apparire al mondo a quale elevato prezzo noi stimiamo la nostra giusta libertà, e avendo fin qui Dio tanto fatto propria la nostra causa, da fa cadere i suoi nemici nelle nostre mani [si allude alla vittoria dell’esercito parlamentare sulle truppe di Carlo I e sulla conseguente cattura del re]: Noi ci consideriamo ora legati ad un mutuo dovere nei confronti l’uno dell’altro, a prendere le migliori precauzioni che possiamo per il futuro, per evitare sia il pericolo di ritornare in condizioni di servaggio, sia il gravoso rimedio di un’altra guerra: perché, come non si può immaginare che tanti dei nostri compatrioti si sarebbero opposti a noi in questa guerra civile, se avessero inteso quale fosse il loro bene; così promettiamo fermamente a noi stessi che, quando i nostri Comuni Diritti e libertà saranno stati resi messi in chiaro, verranno frustrati gli sforzi di coloro che tentano di farsi nostri padroni: e quindi, dal momento che le nostre passate oppressioni e i nostri disordini ancora non del tutto terminati sono stati occasionati o dalla mancanza di frequenti riunioni nazionali in assemblea, o dal rendere inoperanti queste assemblee; Noi abbiamo pienamente concordato e deciso di provvedere perché d’ora in avanti le nostre Rappresentanze non siano né lasciate all’incertezza per i loro tempi, né rese inefficienti per i fini ai quali sono dirette. In ordine a ciò noi dichiariamo:

I. Che il popolo d’Inghilterra, essendo al presente distribuito in modo molto ineguale in Contee, Città, e Borghi, per l’elezione dei suoi deputati in Parlamento, deve essere proporzionato in modo più uniforme, secondo il numero degli abitanti; e le relative modalità, per numero, luogo e maniera, dovranno essere definite prima della fine del presente Parlamento.
II. Che per prevenire i molti inconvenienti che palesemente derivano dalla lunga permanenza delle stesse persone al potere, questo presente Parlamento sia disciolto entro l’ultimo giorno di settembre che sarà nell’anno di nostro Signore 1648.
III. Che il popolo deve senz’altro scegliersi un Parlamento una volta ogni due anni, cioè il primo giovedì di ciascun secondo mese di marzo, nella maniera che dovrà essere prescritta prima della fine di questo Parlamento, per cominciare a sedere il primo giovedì dell’aprile successivo, a Westminster, o in un altro luogo quale sarà definito di tempo in tempo dai precedenti Rappresentanti, e continuerà fino all’ultimo giorno del settembre successivo, e non più a lungo.
IV. Che il potere di questa, e di tutte le future Rappresentanze di questa nazione è inferiore soltanto a quello di coloro che le eleggono, e deve estendersi, senza il consenso o il concorso di qualsiasi altra persona o persone [si allude evidentemente ad un re, ma si esclude con ciò anche un altro organo o potere contrapposto alla Rappresentanza, a differenza da quanto sarà disposto nello Istrument of Government del 1653], all’approvazione, modifica o abrogazione delle leggi; alla creazione e abolizione di Uffici e Corti di giustizia; alla nomina, rimozione e chiamata a rendiconto di Magistrati e funzionari di qualsiasi grado; a fare la guerra e la pace; a trattare con Stati stranieri; e in generale a tutto ciò che non sia espressamente o implicitamente riservato dai rappresentati a se stessi.
Le quali cose [sottratte alle Rappresentanze] sono le seguenti:
1. che le questioni di Religione, e dei modi di adempiere alla volontà di Dio, non sono in alcun modo rese certe a noi da un qualsiasi potere umano, per cui non possiamo rimettere o superare nulla di ciò che le nostre Coscienze dichiarano essere l’intento di Dio, senza ____ ; ciò nondimeno l’istruzione pubblica della Nazione (ma in modo che non sia compulsiva) è lasciata alla loro [dei Rappresentanti] discrezione.
2. che il potere di arruolare o forzare chiunque di noi perché presti servizio in guerra è contrario alla nostra libertà, e quindi non lo concediamo ai nostri Rappresentanti; del resto, essendo il denaro (le risorse della guerra) sempre a loro disposizione, essi non possono mai volere un numero di persone disponibili abbastanza da ingaggiare in qualsiasi giusta causa.
3. che dopo lo scioglimento del presente Parlamento, nessuno potrà in qualsiasi momento essere chiamato a render conto di cosa alcuna detta o fatta in relazione alle passate divisioni pubbliche [le guerre civili], altrimenti che in esecuzione dei giudicati dei presenti Rappresentanti, o Camera dei Comuni.
4. che in tutte le leggi fatte, o da farsi, qualsiasi persona sarà vincolata allo stesso modo, e nessun possesso, patrimonio, concessione, grado, nascita o luogo, potrà conferire una qualsiasi forma di esenzione dal corso ordinario dei procedimenti legali ai quali gli altri sono sottoposti.
5. Che le leggi, come debbono essere eguali, così debbono essere buone, e non chiaramente distruttive della sicurezza e del benessere del popolo.

Tali cose noi proclamiamo essere nostri Diritti nativi, e quindi abbiamo convenuto e deciso di difenderle fino alle nostre ultime possibilità contro ogni opposizione di qualsiasi natura, essendo indotti a ciò non solo dall’esempio dei nostri Avi – il cui sangue è stato frequentemente speso invano per la tutela delle loro Libertà, dovendo essi subire, attraverso compromessi fraudolenti, di essere ancora delusi di ottenere il frutto delle loro vittorie – ma anche dalla woeful esperienza di noi stessi, che, avendo lungamente atteso, e vivamente sperato, lo stabilimento di queste solide regole di governo, abbiamo ancora dovuto dipendere per la nostra Pace e Libertà da colui stesso [il re] che perseguiva il nostro bondage ed ha aperto una crudele guerra contro di noi.


Testo magna charta in italiano
Giovanni, per grazia di Dio re d'Inghilterra, signore d'Irlanda, duca di Normandia ed Aquitania, conte d'Angiò, saluta gli arcivescovi, i vescovi, gli abati, i conti, i baroni, i giudici, le guardie forestali, gli sceriffi, gli intendenti, i servi e tutti i suoi balivi e leali sudditi.
Sappiate che noi, di fronte a Dio, per la salvezza della nostra anima e di quella dei nostri predecessori e successori, per l'esaltazione della santa Chiesa e per un miglior ordinamento del nostro regno, dietro consiglio dei nostri venerabili padri Stefano, arcivescovo di Canterbury, primate d'Inghilterra e cardinale della santa romana Chiesa, Enrico, arcivescovo di Dublino, Guglielmo di Londra, Pietro di Winchester, Jocelin di Bath e Glastonbury, Ugo di Lincoln, Gualtiero di Coventry, Benedetto di Rochester, vescovi; di maestro Pandolfo, suddiacono e membro della corte papale, fratello Aymerico, maestro dei cavalieri del Tempio in Inghilterra e dei nobiluomini William Marshal, conte di Pembroke, William conte di Salisbury, William conte di Warennie, William conte di Arundel, Alan di Galloway, connestabile di Scozia, Warin figlio di Gherardo, Peter (figlio di Herbert, Hubert de Burg siniscalco del Poitou, Hug de Neville, Mattew figlio di Herbert, ThonasBasset, Alan Basset, Philip d'Aubigny, Robert de Ropsley, John Marshal, John figlio di Hug ed altri fedeli sudditi:
1. In primo luogo abbiamo accordato a Dio e confermato con questa carta, per noi e i nostri eredi in perpetuo, che la Chiesa d'Inghilterra sia libera, abbia integri i suoi diritti e le sue libertà non lese; e vogliamo che ciò sia osservato; come appare evidente dal fatto che per nostra chiara e libera volontà, prima che nascesse la discordia tra noi ed i baroni, abbiamo, di nostra libera volontà, concesso e confermato con la nostra carta la libertà delle elezioni, considerata della più grande importanza per la Chiesa anglicana ed abbiamo inoltre ottenuto che ciò fosse confermato da Papa Innocenzo III; la qual cosa noi osserveremo e vogliamo che i nostri eredi osservino in buona fede e per sempre. Abbiamo concesso a tutti gli uomini liberi del regno, per noi e i nostri eredi tutte le libertà sottoscritte, che essi e i loro eredi ricevano e conservino da noi e dai nostri eredi.
2. Venendo a morte alcuno dei nostri conti o baroni o altri vassalli con obbligo nei nostri confronti di servizio di militare e alla sua morte l'erede sia maggiorenne e debba pagare il , potrà avere la sua eredità solo su pagamento del . Vale a dire che l'erede o gli eredi di un conte o di un barone pagheranno cento sterline per l'intera baronìa; l'erede o gli eredi di un cavaliere al massimo cento scellini per l'intero feudo; e chi deve di meno pagherà di meno, secondo l'antico uso dei feudi.
3. Se l'erede di costoro è un minorenne sotto tutela, quando raggiungerà la maggior età, abbia l'eredità senza pagare riscatto.
4. Il tutore delle terre di un erede minorenne non prenda da essa nulla di più di ragionevoli profitti, di ragionevoli tributi consuetudinari e ragionevoli servizi e ciò senza danni alla proprietà o spreco di uomini e mezzi; se avremo affidato la tutela della terra ad uno sceriffo o ad altra persona responsabile verso di noi per le rendite e questi avrà provocato detrimento o danno di ciò che gli è stato affidato, esigeremo un risarcimento da lui, e la terra sarà affidata a due uomini ligi e prudenti di quel feudo, che saranno responsabili per le rendite, verso di noi o nei confronti della persona alla quale l'avremo affidata; e se noi avremo dato o venduto ad alcuno l'amministrazione di tale terra ed egli ne avrà causato distruzione o danno, egli perderà la tutela della terra, che verrà consegnata a due uomini di legge equilibrati dello stesso feudo, che saranno similmente responsabili verso di noi, come è stato detto.
5. Per tutta la durata della tutela l'amministratore manterrà gli edifici, i parchi, i vivai, gli stagni, i mulini e ogni altra pertinenza, con i proventi derivanti dalla terra stessa; e renderà agli eredi, quando avranno raggiunto la maggiore età, l'intera proprietà fornita di aratri e carri, come la stagione agricola richiede e il prodotto della terra permette di sostenere.
6. Gli eredi non siano dati in matrimonio a persone di ceto inferiore; prima che contraggano il matrimonio, esso deve essere reso noto ai loro parenti prossimi.
7. Alla morte del marito, la vedova abbia la dote e la sua eredità subito e senza ostacoli, né pagherà nulla per la sua quota legittima o la sua dote e per qualsiasi altra eredità che essa ed il marito possedevano nel momento della morte di lui, e rimanga nella casa del marito per quaranta giorni dopo la sua morte, ed entro questo termine le dovrà essere assegnata la sua dote.
8. Nessuna vedova sia costretta a risposarsi fino a quando vorrà rimanere senza marito, a condizione che dia assicurazione che non prenderà marito senza il nostro consenso se è nostra vassalla, o senza l'assenso del suo signore se è vassalla di un altro.
9. Né noi né i nostri balivi ci impadroniremo di alcuna terra o di rendite di chiunque per debiti, finché i beni mobili del debitore saranno sufficienti a pagare il suo debito, né coloro che hanno garantito il pagamento subiscano danno, finché lo stesso non sarà in grado di pagarlo; e se il debitore non potrà pagare per mancanza di mezzi, i garanti risponderanno del debito e se questi lo vorranno, potranno soddisfarlo con le terre e il reddito del debitore fino a quando il debito non sarà stato assolto, a meno che il debitore non dimostri di aver già pagato i suoi garanti.
10. Se qualcuno ha preso a prestito una somma da Ebrei, sia grande o piccola, e muore prima di aver pagato il debito, questo non produrrà interesse fino a quando l'erede si troverà nella minore età, di chiunque egli sia vassallo; e se quel credito cade in nostre mani, noi non chiederemo null'altro, se non la somma specificata nel documento.
11. E se un uomo muore e deve del denaro ad Ebrei, sua moglie riceva la sua dote senza dover pagare alcunché per quel debito, e se il defunto ha lasciato dei figli in minore età, si provvederà ai loro bisogni in misura adeguata al patrimonio del defunto e il debito sarà pagato con il residuo, a parte quanto dovuto ai signori feudatari; nello stesso modo sarà fatto con persone che non siano ebrei.
12. Nessun pagamento di o sarà imposto nel nostro regno se non per comune consenso, a meno che non sia per il riscatto della nostra persona e per la nomina a cavaliere del nostro figlio primogenito e una sola volta per il matrimonio della nostra figlia maggiore, per tali fini sarà imposto solo un ragionevole ; lo stesso vale per gli della città di Londra.
13. La città di Londra abbia tutte le sue antiche libertà e le sue libere consuetudini, sia per terre sia per acque. Inoltre vogliamo e concediamo che tutte le altre città, borghi, villaggi e porti abbiano tutte le loro libertà e libere consuetudini.
14. Per ottenere il generale consenso per l'imposizione di un , eccettuati i tre casi sopra specificati, o di uno faremo convocare con nostre lettere gli arcivescovi, i vescovi, gli abati, i conti ed i maggiori baroni, e faremo emettere da tutti i nostri sceriffi e balivi una convocazione generale di coloro che possiedono terre direttamente per nostra concessione, in un dato giorno, affinché si trovino, con preavviso di almeno quaranta giorni, in un determinato luogo; e in tutte le lettere di convocazione ne indicheremo la causa; quando sarà avvenuta la convocazione, nel giorno stabilito si procederà secondo la risoluzione di coloro che saranno presenti, anche se non tutti i convocati si saranno presentati.
15. Noi non concediamo che alcuno chieda un ai suoi uomini liberi, se non per riscattare la sua persona, per fare cavaliere il figlio primogenito o per maritare una sola volta la figlia maggiore e per questi motivi sarà imposto solo un ragionevole.
16. Nessuno sarà costretto a fornire una prestazione gravosa per il possesso di un feudo di cavaliere o di qualsiasi altro libero obbligo.
17. I processi comuni non seguiranno la nostra corte, ma si terranno in un luogo fisso.
18. Le inchieste di , , non si svolgeranno se non nella propria contea e a questo modo: noi stessi o, se ci troveremo fuori del nostro regno, il nostro primo giudice manderemo due giudici in ogni contea quattro volte all'anno; e questi giudici, assieme a quattro cavalieri della contea eletti dalla contea stessa, terranno nella contea, in quel giorno e in quel luogo le predette assise.
19. E se nel giorno stabilito nella contea le assise predette non possono essere tenute, si trattengano tanti dei cavalieri e liberi feudatari presenti nella contea in quel giorno, quanti siano sufficienti per l'amministrazione della giustizia, secondo il numero massimo o minimo dei compiti da svolgere.
20. Nessun uomo libero sia punito per un piccolo reato, se non con una pena adeguata al reato; e per un grave reato la pena dovrà essere proporzionata alla sua gravità senza privarlo dei mezzi di sussistenza; ugualmente i mercanti non saranno privati della loro mercanzia e allo stesso modo gli agricoltori dei loro utensili; e nessuna delle predette ammende sarà inflitta se non con il giuramento di uomini probi del vicinato.
21. Conti e baroni non siano multati, se non dai loro pari, e se non secondo la gravità del reato commesso.
22. Nessun religioso sia multato per il suo beneficio laico se non secondo i modi predetti, e non secondo la consistenza del suo beneficio ecclesiastico.
23. Né villaggio né uomo potrà essere costretto a costruire ponti sulle rive, a meno che non lo debbano fare per diritto e antica consuetudine.
24. Nessuno sceriffo, conestabile, od altro ufficiale reale può tenere assemblee che spettino alla Corona.
25. Ogni contea, , e , manterrà il vecchio canone, senza aumenti, tranne i nostri manieri signorili.
26. Se muore un vassallo che possiede per conto della corona un feudo laico, si presenteranno uno sceriffo od altro ufficiale con un decreto reale di convocazione, per il debito dovuto dal defunto nei nostri confronti, costoro potranno catalogare e sequestrare i beni mobili che si trovano nel feudo laico del defunto, nella misura dell'entità del debito, sotto il controllo di uomini probi, affinché nulla sia rimosso fino a quando non sarà stato pagato il debito verso la corona; e il rimanente sarà dato agli esecutori testamentari per eseguire il testamento del defunto; e se nulla è dovuto alla corona, tutti i beni mobili saranno considerati proprietà del defunto, tranne le ragionevoli parti riservate alla moglie e ai suoi figli.
27. Se un uomo libero morrà senza aver fatto testamento, i suoi beni mobili saranno distribuiti ai parenti ed amici sotto il controllo della chiesa, salvi i debiti dovuti dal defunto a chiunque.
28. Nessun conestabile o altro ufficiale della corona potrà prendere frumento od altri beni mobili da alcuno se non pagandoli immediatamente, a meno che non abbia ottenuto una dilazione per libera volontà del venditore.
29. Nessun conestabile potrà costringere un cavaliere a pagare del denaro in cambio della guardia al castello, se quello vorrà assumersi personalmente la custodia o affidarlo a un uomo probo, qualora non possa farlo per un valido motivo; e se noi lo arruoliamo o lo mandiamo a prestare servizio d'armi, sarà affrancato dalla custodia per tutto il periodo di durata del servizio presso di noi.
30. Nessuno sceriffo, ufficiale reale o chiunque altro potrà prendere cavalli o carri ad alcun uomo libero, per lavori di trasporto, se non con il consenso dello stesso uomo libero.
31. Né noi né alcun ufficiale reale prenderemo legna per il nostro castello o per nostra necessità, se non con il consenso del proprietario del bosco.
32. Noi non occuperemo le terre di coloro che sono dichiarati colpevoli di fellonia per un periodo più lungo di un anno e un giorno, dopo di che esse saranno restituite ai proprietari del feudo.
33. Tutte le reti di sbarramento per catturare i pesci, che si trovino nel Tamigi, nel Medway e in qualsiasi altra parte dell'Inghilterra, fuorché lungo le coste marine, saranno rimosse.
34. Il mandato detto non sarà emesso in futuro per alcuno, in rapporto ad alcuna proprietà, affinché un uomo libero non possa essere privato della proprietà prima del giudizio.
35. Che vi sia una sola misura di vino, birra e frumento in tutto il regno; e cioè il londinese, e un'unica altezza, per panni di diversa (bianca e rossa) tintura, cioè di un braccio da un bordo all'altro; lo stesso sia per i pesi e altre misure.
36. Nulla sarà d'ora in poi pagato od accettato per un mandato di inchiesta per omicidio o ferimento; esso sarà concesso gratuitamente e non sarà negato.
37. Se un uomo possiede una terra per concessione della corona come , o , e possiede pure una terra per concessione di un altro signore contro il servizio di cavaliere, noi non avremo, in virtù di tali , o , la tutela del suo erede né della terra che appartiene al feudo dell'altra persona, a meno che il non comporti un servizio di cavaliere. Noi non avremo la tutela dell'erede o della terra di alcuno che egli possiede per conto di un altro in base ai che egli tiene per conto della corona, per servizio di pugnali, frecce o simili.
38. Nessun balivo d'ora in poi potrà portare in giudizio un uomo sulla base della propria affermazione, senza produrre dei testimoni attendibili che ne provino la veridicità.
39. Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, multato, messo fuori legge, esiliato o molestato in alcun modo, né noi useremo la forza nei suoi confronti o demanderemo di farlo ad altre persone, se non per giudizio legale dei suoi pari e per la legge del regno.
40. A nessuno venderemo, negheremo, differiremo o rifiuteremo il diritto o la giustizia.
41. Tutti i mercanti siano salvi e sicuri di uscire dall'Inghilterra e di entrare in Inghilterra, soggiornare e viaggiare in Inghilterra sia per terra che per acqua per comprare o vendere, liberi da ingiusta tassa secondo le antiche e buone consuetudini; eccetto in tempo di guerra e se appartengano ad un paese nostro nemico; e se tali mercanti si trovassero nel nostro territorio al principio della guerra, saranno trattenuti, senza alcun danno alle loro persone ed alle loro cose, fino a quando noi o il nostro primo giudice non saremo informati in quale modo vengano trattati i nostri mercanti che si trovino nel paese in guerra con noi; e se i nostri lì sono salvi, altrettanto siano salvi gli altri nelle nostre terre.
42. D'ora in poi sarà lecito a chiunque uscire ed entrare nel nostro regno, salvo e sicuro, per terra o per acqua, salva la fedeltà a noi dovuta se non per un breve periodo in tempo di guerra, per il comune vantaggio del reame; eccetto quelli che sono stati imprigionati o messi fuori legge secondo le leggi del regno, e le persone appartenenti ad un paese in guerra con noi, e i mercanti, si farà come è stato sopra detto.
43. Se alcuno possiede una proprietà in come gli di Wallingford, Nottingham, Boulogne, Lancaster, od altre proprietà che sono in nostro possesso e che sono baronie, alla sua morte il suo erede ci dovrà solo il riscatto ed il servizio di cui sarebbe stato debitore verso il barone, se la baronia fosse stata ancora di proprietà del barone; e noi la terremo nello stesso modo in cui la teneva il barone.
44. Gli uomini, che vivono al di fuori della foresta, d'ora in poi non dovranno in futuro venire davanti ai giudici della foresta in seguito ad una citazione comune, a meno che non siano implicati in un'azione legale o non siano garanti per qualcuno che sia stato arrestato per reati contro la foresta.
45. Noi nomineremo giudici, conestabili, sceriffi od ufficiali se non coloro che conoscano la legge del regno e vogliano ben osservarla.
46. I baroni che hanno fondato abbazie e possono provarlo con documenti del regno d'Inghilterra o per antico possesso, potranno amministrare le dette abbazie in vacanza dell'abate, com'è loro diritto.
47. Tutti i territori che sono stati dichiarati foreste durante il nostro regno, perderanno immediatamente tale stato. Lo stesso sarà per le sponde dei fiumi poste sotto riserva durante il nostro regno.
48. Tutte le cattive consuetudini relative alle foreste e alle riserve, alle guardie di foreste e di riserve, sceriffi e loro aiutanti, sponde dei fiumi e loro custodi, siano immediatamente controllate da un comitato di dodici cavalieri giurati della stessa contea che devono essere eletti ugualmente da un comitato di uomini probi, ed entro quaranta giorni dal compimento dell'inchiesta dovranno essere, senza possibilità di revoca, eliminate (lo stesso valga se noi saremo fuori dell'Inghilterra, purché noi o il nostro primo giudice ne saremo stati prima informati).
49. Noi restituiremo immediatamente tutti gli ostaggi e le carte consegnatici dai sudditi inglesi a garanzia della pace e della fedeltà.
50. Rimuoveremo completamente dalle loro cariche i parenti di Gerard de Athée, d'ora in poi non permetteremo loro di avere più alcun ufficio in Inghilterra. Le persone in questione sono: Engelard de Cigogné, Peter e Guy, Andrew de Chanceaux, Guy de Cigogné, Geoffrey de Martigny e i suoi fratelli, Philip Marc con i suoi fratelli e suo nipote Geoffrey, e tutti i loro seguaci.
51. Non appena la pace sarà restaurata allontaneremo dal nostro regno tutti i cavalieri stranieri, balestrieri, sergenti, mercenari che sono arrivati con cavalli e armi con grave danno per il regno.
52. Se qualcuno è stato da noi spossessato o privato senza un legale processo dei suoi pari, di terre, castelli, delle libertà o dei diritti, immediatamente glieli restituiremo; e se sorgono casi controversi, essi saranno decisi dal giudizio dei venticinque baroni cui si fa riferimento sotto relativamente alla sicurezza della pace. Poi per tutte quelle cose di cui qualcuno è stato spossessato senza un processo legale dei suoi pari, da parte di nostro padre re Enrico o di nostro fratello re Riccardo, e si trovi in nostro possesso o nelle mani di altri sotto la nostra garanzia, noi dovremo avere un termine comunemente concesso a chi è segnato della croce; eccetto quei casi in cui sia iniziato un processo o aperta un'inchiesta per nostro ordine, prima della sospensione per la nostra croce; al nostro ritorno dal pellegrinaggio* o in caso di rinuncia al pellegrinaggio, immediatamente sarà resa piena giustizia.
*) Ricordiamo che si consideravano e le crociate erano considerate pellegrinaggi! Si veda l'articolo. .
53. Avremo ugualmente una proroga (e lo stesso sarà nel rendere giustizia) per l'eliminazione del vincolo sulle foreste (o per la sua conservazione), qualora queste siano state afforestate (dichiarate foreste, cioè sottoposte a vincolo regio ndr) da nostro padre Enrico o da nostro fratello Riccardo, e per la custodia delle terre che si trovano nel feudo di un altro, la cui custodia abbiamo avuto fino ad ora a causa di un feudo tenuto per nostro conto da un terzo, in virtù del servizio di cavaliere; lo stesso sarà infine per le abbazie fondate nel feudo di altra persona da noi, qualora questa avanzi delle pretese su di esse; e al nostro ritorno, o nel caso di rinuncia al pellegrinaggio, noi concederemo piena giustizia a tutte le lagnanze riguardanti queste cose.
54. Nessuno sarà arrestato od imprigionato per la morte di una persona su accusa di una donna, a meno che la persona morta non sia il marito della donna.
55. Tutte le somme che ci sono state versate ingiustamente ed in contrasto con la legge del paese, e tutte le ammende da noi esatte indebitamente, saranno interamente restituite; ovvero saranno sottoposte al giudizio dei venticinque baroni cui si fa riferimento più sotto, nella clausola della sicurezza per la pace, o della maggioranza degli stessi, unitamente al predetto Stefano, arcivescovo di Canterbury, se sarà presente e di quanti altri egli vorrà condurre con sè. E se non potrà essere presente, la riunione proseguirà senza di lui; se però uno dei venticinque baroni sarà implicato anche lui in una causa simile, il suo giudizio sarà escluso ed un altro sarà scelto come sostituto dai rimanenti venticinque eletti, dopo aver giurato.
56. Se un Gallese sarà stato da noi privato delle terre, della libertà o qualsiasi altra cosa (in Inghilterra o nel Galles) senza il legale giudizio dei suoi pari, dovrà immediatamente riavere in restituzione quanto perduto: e se la questione dovesse essere controversa, sarà decisa nella Marchia dal giudizio dei suoi pari: per i possedimenti in Inghilterra, secondo la legge dell'Inghilterra per i possedimenti che si trovano nel Galles con la legge del Galles: per i possedimenti della Marchia, secondo la legge della Marchia. Lo stesso facciano i Gallesi con noi e i nostri sudditi.
57. Nel caso in cui un Gallese sia stato privato di qualcosa senza il giudizio legale dei suoi pari, da parte di nostro padre re Enrico o nostro fratello re Riccardo, e si trovi in nostro possesso o nelle mani di persone sotto la nostra garanzia, noi dovremo avere una proroga della durata usualmente concessa ai segnati della croce a meno che un processo non abbia avuto inizio od un’inchiesta non sia stata aperta per nostro ordine, prima che noi prendessimo la croce; al nostro ritorno, ovvero all'atto della rinuncia al nostro pellegrinaggio, renderemo immediatamente piena giustizia secondo le leggi del Galles e delle regioni suddette.
58. Restituiremo immediatamente il figlio di Llewelyn, gli ostaggi gallesi e tutte i documenti che ci sono stati dati come pegni per la pace.
59. Noi faremo ad Alessandro, re di Scozia, per quel che riguarda la restituzione delle sorelle e degli ostaggi e le sue libertà ed i suoi diritti, nello stesso modo che verso gli altri nostri baroni d'Inghilterra, a meno che, dai documenti che ricevemmo da suo padre Guglielmo, già re di Scozia, non risulti che egli debba essere trattato diversamente; e ciò sarà stabilito dal giudizio dei suoi pari nella nostra corte.
60. Tutte le consuetudini e le libertà suddette che abbiamo concesse nel nostro regno, e per quanto ci compete, siano osservate da tutti gli uomini del nostro regno, siano ecclesiastici o laici; le osservino, per quanto ad essi compete, nei confronti di coloro ad essi soggetti.
61. Poiché noi abbiamo fatto tutte queste concessioni per Dio, per un miglior ordinamento del nostro regno e per sanare la discordia sorta tra noi ed i nostri baroni, e poiché noi desideriamo che esse siano integralmente e fermamente (in perpetuo) godute, diamo e concediamo le seguenti garanzie:
I baroni eleggano venticinque baroni del regno che desiderano, allo scopo di osservare mantenere e far osservare con tutte le loro forze, la pace e le libertà che ad essi abbaiamo concesso e che confermiamo con questa nostra carta.
Se noi, il nostro primo giudice, i nostri ufficiali o qualunque altro dei nostri funzionari offenderemo in qualsiasi modo un uomo o trasgrediremo alcuno dei presenti articoli della pace e della sicurezza, e il reato viene portato a conoscenza di quattro dei venticinque baroni suddetti, costoro si presenteranno di fronte a noi o se saremo fuori dal regno, al nostro primo giudice, per denunciare il misfatto e senza indugi procederemo alla riparazione.
E se noi o, in nostra assenza, il nostro primo giudice non faremo tale riparazione entro quaranta giorni dal giorno in cui il misfatto sia stato dichiarato a noi od a lui, i quattro baroni metteranno al corrente della questione il rimanente dei venticinque che potranno fare sequestri ai nostri danni ed attaccarci in qualsiasi altro modo e secondo il loro arbitrio, insieme alla popolazione del regno, impadronendosi dei nostri castelli, delle nostre terre, dei nostri beni o di qualsiasi altra cosa, eccettuate la nostra persona, quella della regina e dei nostri figli; e quando avranno ottenuto la riparazione, ci obbediranno come prima.
E chiunque nel regno lo voglia può di sua spontanea volontà giurare di obbedire agli ordini dei predetti venticinque baroni per il conseguimento dei suddetti scopi, e di unirsi a loro contro di noi, e noi diamo pubblicamente e liberamente autorizzazione di dare questo giuramento a chiunque lo voglia e non proibiremo a nessuno di pronunciarlo.
Tutti coloro del paese che per se stessi e di loro spontanea volontà non vogliano prestare giuramento ai venticinque baroni per danneggiarci o molestarci insieme a loro, li costringeremo a giurare per nostro ordine, come sopra è stato detto.
E se qualcuno dei venticinque baroni morisse od abbandonasse il paese o fosse impedito in qualunque altro modo dall'adempiere le proprie funzioni, gli altri dovranno eleggere dai predetti venticinque un altro al suo posto, a loro discrezione, e questi dovrà a sua volta prestare giuramento allo stesso modo degli altri.
In tutti gli adempimenti di questi venticinque baroni, se dovesse accadere che i venticinque siano presenti e tra di loro siano in disaccordo su qualcosa o uno di loro che è stato convocato non vuole o non può venire, ciò che la maggioranza dei presenti avrà deciso o ordinato, sarà come se avessero acconsentito tutti i venticinque; e i suddetti venticinque giurino di osservare fedelmente tutte le cose suddette e di fare tutto ciò che è loro possibile per farle osservare.
E noi non chiederemo nulla, per noi o per altri, perché alcuna parte di queste concessioni o libertà sia revocata o ridotta; e se qualcosa sarà richiesta, sarà considerata nulla e invalida e noi non potremo usarla per noi o tramite altri.
62. E ogni malanimo, indignazione e rancore sorti tra noi ed i nostri sudditi, religiosi e laici, dall'inizio della discordia abbiamo a tutti pienamente rimesso e perdonato. Inoltre, tutte le trasgressioni arrecate in occasione della detta discordia, tra la Pasqua del sedicesimo anno del nostro regno, alla restaurazione della pace, a religiosi e laici, per quanto ci compete, abbiamo pienamente condonato. Inoltre abbiamo fatto fare per essi delle 1ettere patenti per testimonianza, del signore Stefano, arcivescovo di Canterbury, del signore Enrico, arcivescovo di Dublino, dei predetti vescovi e maestro Pandolfo, per la sicurezza di questa e delle concessioni predette.
63. Per queste ragioni desideriamo e fermamente ordiniamo che la Chiesa d'Inghilterra sia libera e che i nostri sudditi abbiano e conservino tutte le predette libertà, diritti e concessioni, bene e pacificamente, liberamente e quietamente, pienamente e integralmente per se stessi e per i loro eredi, da noi e dai nostri eredi, in ogni cosa e luogo, in perpetuo, come è stato detto sopra.
Abbiamo giurato, sia da parte nostra sia da parte dei baroni, che tutto ciò che abbiamo detto sopra in buona fede e senza cattive intenzioni sarà osservato in buona fede e senza inganno. Ne sono testimoni le summenzionate persone e molti altri.
Dato per nostra mano nel prato chiamato Runnymede, tra Windsor e Staines, il quindicesimo giorno di Giugno, diciassettesimo anno del nostro regno.


CENSURA E LIBERTA’

Scaletta:
• La censura della Chiesa;
• La censura nella Rivoluzione Scientifica ;
• Il dovere di difendere la libertà;
CHIESA E CENSURA: L'INDEX LIBRORUM PROHIBITORUM
Nell’analisi dei rapporti tra chiesa e censura, un ruolo fondamentale è certamente rappresentato dalla censura sui libri “vietati”, raccolti in un elenco, l'Index LibrorumProhibitorum. Nato nel 1559 per raccogliere l’elenco dei libri il cui possesso e la cui lettura è proibita ai cattolici, è stato ufficialmente abolito solo nel 1966 da Paolo VI. (In realtà è sopravvissuto al Concilio Vaticano II ed esiste tutt’ora sotto forma di “guida bibliografica” ad opera dell’Opus Dei.)
Sin dagli albori il cristianesimo si è caratterizzato per una forte censura nei confronti degli scritti non compatibili con la dottrina ufficiale della chiesa: si pensi che già Paolo di Tarso parla di roghi di libri da parte di convertiti al cristianesimo (negli Atti degli apostoli); il primo Concilio di Nicea nel 325 proibì la diffusione delle opere di Ario: nell’occasione Ario, teologo egiziano, venne scomunicato in quanto eretico. (Gli ariani sostenevano fondamentalmente la non divinità di Gesù, che sarebbe stato non “consustanziale” con Dio in quanto non eterno: insomma, si sarebbe trattato di un uomo “adottato” da Dio e da costui dotato di poteri divini per redimere l’umanità).
Nei secoli successivi varie opere vennero proibite. La prima lista di libri eretici proscritti la si deve a papa Gelasio I, che la pubblicò nel 494, insieme ad una catalogazione delle “vere scritture” dei padri della chiesa. Gelasio I era fortemente legato all’ortodossia cristiana ed invero attivissimo nella caccia agli eretici. Il secondo Concilio di Nicea (787) oltre a condannare l’iconoclastia, obbligò i fedeli in possesso di libri proibiti alla consegna dei volumi al vescovo competente.
Successivamente altri libri si aggiunsero alla lista di quelli vietati, giungendo addirittura alla proibizione della “Bibbia” per coloro che non facessero parte dell’organizzazione della chiesa (Concilio di Tolosa, 1229) ed al rogo di tutte le bibbie scritte in lingue volgari (Concilio di Tarragona, 1234). Per il rogo delle bibbie venne peraltro fissato un termine abbastanza grottesco: avrebbero dovuto essere distrutte tutte le bibbie scritte in lingue volgari entro otto giorni, quando all’epoca difficilmente la notizia avrebbe potuto diffondersi in tutta Europa in così breve tempo.
Se proprio la Bibbia ed in generale i testi sacri erano al centro della discussione, in epoca medievale, successivamente il diffondersi della stampa a caratteri mobili (Gutenberg, 1448) favorì una maggiore diffusione dei testi sacri nonché di quelli “eretici”.
Proprio in risposta alla diffusione dei testi protestanti, il papa Alessandro VI, uno dei papi più corrotti e simoniaci, istituì l’Imprimatur, ovvero l’autorizzazione ecclesiastica alla stampa che è una forma di censura preventiva. La censura clericale andava dunque organizzandosi e formalizzandosi a livello formale.
Il primo “Index” venne pubblicato a Venezia nel 1549 dal nunzio vaticano Giovanni Della Casa (l’autore del Galateo: come reazionario non aveva rivali) e comprendeva 149 titoli. Tale edizione però non venne “promulgata” dal Vaticano anche a causa della strenua opposizione dei librai e dei tipografi; tuttavia nel 1554 il “Sant’Uffizio” pubblica un “CathalogusLibrorumHaereticorum” dedicato ai libri considerati eretici, con in testa quelli protestanti (tra i testi vietati è peraltro degno di citazione il De Monarchia di Dante Alighieri). Con la nomina a pontefice nel 1555 di Paolo IV, l’”Indice” torna “di moda” e viene ufficialmente pubblicato dalla “Santa Congregazione dell’Inquisizione Romana” nel 1559 col nome di “Index librorumprohibitorum” (tale indice viene detto “Indice Paolino” per distinguerlo dalle altre edizioni dell’indice, ognuna delle quali ha un nome specifico).
Fanno parte di questa prima edizione ufficiale, la più restrittiva mai pubblicata, sia testi sacri “non riconosciuti” dalla chiesa romana, sia testi laici osteggiati dal papato: tra questi primeggiano il Decameron di Boccaccio ed Il Principe di Machiavelli. Vengono “messi all’indice” tutti gli scrittori non cattolici, le cui opere divengono proibite; vengono parimenti proibite 126 opere di 117 scrittori “cattolici” nonché 322 opere anonime; vietate anche 45 diverse edizioni della Bibbia e del Nuovo testamento, considerate non conformi ai dogmi cattolici; la lettura dei testi sacri in lingua volgare veniva da allora consentita soltanto su espressa licenza rilasciabile unicamente a maschi (e ti pareva!) che conoscessero il latino; 61 tipografi (quasi tutti svizzeri o tedeschi coinvolti nella diffusione dei testi protestanti, unica eccezione il veneziano Brucioli) venivano “banditi”; veniva vietata la stampa di opere riguardanti astrologia o magia.
L’elenco degli scrittori colpiti dal primo ”Index” è ampio e va da Boccaccio e Machiavelli ad Erasmo da Rotterdam e Rebelais. Vennero inoltre proibiti i libri in cui non fossero indicati autore o stampatore, quelli senza indicazione della data di pubblicazione, quelli usciti senza imprimatur o stampati da stampatori “eretici” – i fedeli erano tenuti a consegnare immediatamente tali libri alle autorità ecclesiastiche. Va da sé che subito i librai protestarono contro l’indice, che in primis colpiva in modo pesante molte loro giacenze di magazzino che non avrebbero potuto più esser vendute cagionando un danno economico catastrofico per i loro proprietari; inoltre molti studiosi, in primis di medicina (i cui testi provenivano per lo più dal mondo germanico) si vedevano costretti a rinunciare a libri su cui avevano studiato. Tutto questo portò molti stati (come il Granducato di Toscana e la Repubblica di Venezia) a non applicare rigorosamente l’Indice.
Cinque anni dopo, col Concilio di Trento (1564) si aggiorna l’indice. (che diviene l’”Indice Tridentino”), attenuando in parte le proibizioni (il nuovo papa Pio IV è a suo modo un “moderato”, almeno in confronto al predecessore), in particolare si consentì di pubblicare i libri "vietati" una volta “ripuliti” dalle parti proibite (opera che spesso stravolgeva il pensiero originale dell’autore) e si consentì il rilascio della licenza per la lettura dei testi sacri in lingua volgare con minori restrizioni. In compenso furono proibiti i testi scientifici non conformi all’interpretazione aristotelico-scolastica. Diversamente dall’Indice precedente, questo venne applicato ben oltre i confini dello Stato della Chiesa, ovvero in tutta Italia ed in buona parte dell’Europa (anche se altri paesi, come la Spagna, ebbero dei propri “indici” specifici, mentre la Francia non lo applicò proprio). Nel frattempo una Bolla papale del 1564 si occupò dimettere sotto controllo l’alfabetizzazione: tutti gli insegnanti avrebbero dovuto dichiarare sotto giuramento al proprio vescovo la loro identità, il luogo dove svolgono la propria attività e soprattutto i libri usati a tale scopo. D'altra parte l'alfabetizzazione per i rappresentanti della Chiesa sarebbe stata un cruccio nei secoli a venire, tanto che dopo l'unità d'Italia il papa si trovò a scrivere al Re una missiva sui rischi dell'alfabetizzazione (il papa era preoccupato dall'istituzione dell'istruzione di stato obbligatoria).
Nel 1571 papa Paolo V istituì la “Congregazione per l’Indice”al fine di aggiornare e diffondere l’Indice periodicamente tramite le sezioni locali dell’Inquisizione: questa congregazione avrà più volte delle frizioni con la Congregazione del Sant’Uffizio (l’Inquisizione), che pretendeva di gestire in proprio l’aggiornamento dell’Indice. La “Sacra Congregazione per l’Indice” verrà abolita soltanto nel 1916, quando le competenze in merito verranno passate di nuovo al Sant’Uffizio, l’ex “Inquisizione” (tale dicitura era stata cancellata dal nome della Congregazione da papa Pio X nel 1908), che verrà rinominata nel 1965 in“Congregazione per la Dottrina della Fede”(ebbene sì, l’attuale papa Ratzinger è stato per 25 anni il dirigente dell’organismo erede dell’Inquisizione).
Una successiva edizione dell’Indice si avrà con Clemente VIII, il papa che fece mettere sul rogo Giordano Bruno e che lanciò una nuova ondata di repressioni antisemite con leggi vessatorie rimaste in vigore sino al XIX secolo. La nuova edizione ("Indice Clementino") non si discosta molto da quella precedente e mantiene il divieto di stampare opere in lingue volgari introdotto da Pio V nel 1567 (Pio V del resto va ricordato anche per il suo integralismo religioso che portò all’abrogazione del carnevale ed alla espulsione degli ebrei dai territori dello Stato della Chiesa con l’eccezione di Roma ed Ancona, dove esistevano già i ghetti e gli ebrei erano economicamente utili come banchieri e commercianti).
Col passare del tempo l’indice venne periodicamente aggiornato: è del 1616 la messa all’indice delle opere di Copernico, in primis il “De RivolutionibusOrbiumCoelestium” che circolava liberamente sino ad allora da quando fu dato alle stampe nel 1543 (vennero nel contempo vietate anche le opere di Keplero, che aveva difeso la teoria eliocentrica) - proprio in seguito alla condanna del copernicanesimo si aprì il conflitto tra Galileo Galilei ed il Vaticano, che portò all’abiura ed alla messa all’indice del suo “Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo” nel 1633.
Le opere copernicane verranno poi rimosse dall’”Indice” solo nel 1846, mentre Galilei dovrà attendere sino a pochi anni fa (1992) per la riabilitazione: del resto, si sa, i tempi “celesti” sono questi.
Intorno alla fine del diciassettesimo secolo la pressione clericale sull’editoria si allentò un po’, ormai la semplice detenzione di libri proibiti non era nei fatti perseguita (diversamente dalla stampa e diffusione dei testi). L’Indice veniva comunque aggiornato regolarmente e si andava gonfiando di libri “proibiti”.
Nell’edizione del 1758, sotto il pontificato di Papa Benedetto XIV (un papa moderato che tra le altre cose condannò lo schiavismo nelle Americhe) venne abrogato il divieto di lettura della Bibbia in “lingue volgari”; tuttavia dopo la sua scomparsa la persecuzione delle opere proibite tornò a livelli più intensi, oscillando poi in base alla maggiore o minore austerità dei pontefici in carica.
Con l’Illuminismo ed il diffondersi del Socialismo il numero di opere ed autori proibiti aumenterà a dismisura, tanto che è difficile tracciare una lista che comprenda tutti gli autori importanti proibiti: sarebbe troppo lunga e noiosa. Basti qui ricordare una serie di nomi di filosofi, scienziati e letterati le cui opere saranno incluse nelle varie edizioni dell’Index: Hobbes, Cartesio, Bacon, Montaigne, Locke, Rousseau, Pascal, Erasmo da Rotterdam, Darwin (proibizione molto attuale, direi), Kant, Mill, Proudhon, Schopenhauer, Marx, Nietzsche…ma anche Beccaria, Croce, Emile Zola, Simone de Beavoir, Balzac, Dumas (padre e figlio), D’Annunzio, Leopardi, Foscolo, Gentile, Guicciardini, Machiavelli, Hume, Voltaire, Victor Hugo, Flaubert, Malaparte, Moravia e Sartre (e pure il Teatro Comico Fiorentino!).
Questi sono solo alcuni dei nomi ricompresi nell’ultima edizione dell’Indice, la trentaduesima, datata 1948 – ma aggiornata anche successivamente, per esempio Sartre fu aggiunto nel 1959, anno in cui tornarono invece fruibili per i lettori cattolici “LesMiserables” di Victor Hugo. In compenso libri ben più criticabili, in primis ilMeinKampf di Adolf Hitler, non verranno mai proibiti: del resto il Fuhrer era un cattolico (nonostante la storiografia massificata tenda a nascondere tale aspetto sopravvalutando le sue passioni per l’esoterismo) ed aveva raggiunto un Concordato con la chiesa stipulato da Eugenio Pacelli, nunzio vaticano in Germania negli anni ’20 e poi Segretario di Stato (all’epoca appunto del Concordato) e quindi asceso al soglio pontificio come papa Pio XII durante il conflitto mondiale (antisemita dichiarato e sostenitore di Franco, si spostò su posizioni antinaziste soltanto quando oramai la guerra volgeva al peggio per le potenze fasciste).
Negli anni ’60 del ventesimo secolo, col clima sociale fortemente mutato, oramai l’Index aveva perso la funzione proibitoria vera e propria per la quale era stato inventato: del resto la chiesa non poteva più far rispettare le proibizioni in modo diretto essendo priva di un potere coercitivo diretto fuori dai confini vaticani. Così, nell’atmosfera di rinnovamento portata dal Concilio Vaticano Secondo (avversato dagli esponenti della chiesa più tradizionalisti che ne avrebbero poi bloccato le innovazioni una volta tornati “al potere” con papa Woytila e papa Ratzinger), venne presa da papa Paolo VI (il papa dell'enciclica Humanae Vitae, che condannò ogni forma di contraccezione ed in particolar modo la pillola anticoncezionale che si andava diffondendo ampiamente in quegli anni) la decisione di declassare l’Index trasformandolo non più in una lista di libri “proibiti”, ma in una lista di libri sconsigliati che rimane comunque moralmente impegnativa per i fedeli cattolici – tutto questo è chiarito nella Notificatio“Post litterasapostolicas…” del 1966 del Cardinal Ottaviani, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Dunque non di vera abrogazione si può parlare, anche se l’Index in quanto tale si considera comunemente esaurito nel 1966, bensì di mutamento della forma dell’Indice, dovuto all’impossibilità di applicare in modo fattivo la lista censoria clericale nei “bui” tempi moderni (in cui evidentemente si son persi certi valori importanti).
Il “nuovo indice” è dunque la “Guida Bibiliografica” dell’Opus Dei, che si occupa di recensire i libri (ed i film!) e catalogarli all’interno di sei categorie in base alla loro conformità od avversione alla “retta via” cattolica; in questo elenco tra gli autori, letterari o cinematografici, le cui opere sono assolutamente da evitare per ogni cattolico e particolarmente pericolose per i figli sono inclusi (oltre a tutti quelli sopra citati) anche Woody Allen, Max Weber, Luchino Visconti, Gore Vidal, Velazquez, VazquezMontalban, Kirk Douglas, Milan Kundera, Abbagnano (quello dei testi di filosofia dei licei!), Asimov, Stephen King, Jack Kerouac, Bukowski, Camus, Severino, Popper, Ida Magli, De Marchi, Philip K. Dick, la Fallaci (ebbene sì)…nonché migliaia di altri autori. Ed ancora non son stati recensiti Diamond, Dawkins ed Odifreddi…
In conclusione, si può dire che la censura, che attualmente la Chiesa Cattolica Apostolica Romana rinfaccia ai suoi avversari politici quando costoro chiedono di evitare interventi ufficiali di suoi rappresentanti in occasioni pubbliche di rilevanza politica, è in realtà elemento portante della dottrina della Chiesa, sin dagli albori del cristianesimo.
Ed è tutt’ora viva e vivace sotto forma di “guida bibliografica”, censura ad oggi non coercitiva solamente perché la Chiesa Cattolica non ha un potere politico diretto.
(preso dal sito sotto citato)

Abiura di Galileo Galilei
Galileo Galilei
1633
Io Galileo, fig.lo del q. Vinc.o Galileo di Fiorenza, dell'età mia d'anni 70, constituto personalmente in giudizio, e inginocchiato avanti di voi Emin.mi e Rev.mi Cardinali, in tutta la Republica Cristiana contro l'eretica pravità generali Inquisitori; avendo davanti gl'occhi miei li sacrosanti Vangeli, quali tocco con le proprie mani, giuro che sempre ho creduto, credo adesso, e con l'aiuto di Dio crederò per l'avvenire, tutto quello che tiene, predica e insegna la S.a Cattolica e Apostolica Chiesa. Ma perché da questo S. Off.io, per aver io, dopo d'essermi stato con precetto dall'istesso giuridicamente intimato che omninamente dovessi lasciar la falsa opinione che il sole sia centro del mondo e che non si muova e che la terra non sia il centro del mondo e che si muova, e che non potessi tenere, difendere né insegnare in qualsivoglia modo, né in voce né in scritto, la detta falsa dottrina, e dopo d'essermi notificato che detta dottrina è contraria alla Sacra Scrittura, scritto e dato alle stampe un libro nel quale tratto l'istessa dottrina già dannata e apporto ragioni con molta efficacia a favor di essa, senza apportar alcuna soluzione, sono stato giudicato veementemente sospetto d'eresia, cioè d'aver tenuto e creduto che il sole sia centro del mondo e imobile e che la terra non sia centro e che si muova;
Pertanto volendo io levar dalla mente delle Eminenze V.re e d'ogni fedel Cristiano questa veemente sospizione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li sudetti errori e eresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore, e eresia e setta contraria alla S.ta Chiesa; e giuro che per l'avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simile sospizione; ma se conoscerò alcun eretico o che sia sospetto d'eresia lo denonzierò a questo S. Offizio, o vero all'Inquisitore o Ordinario del luogo, dove mi trovarò.
Giuro anco e prometto d'adempire e osservare intieramente tutte le penitenze che mi sono state o mi saranno da questo S. Off.o imposte; e contravenendo ad alcuna delle dette mie promesse e giuramenti, il che Dio non voglia, mi sottometto a tutte le pene e castighi che sono da' sacri canoni e altre constituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Così Dio m'aiuti e questi suoi santi Vangeli, che tocco con le proprie mani,
Io Galileo Galilei sodetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obligato come sopra; e in fede del vero, di mia propria mano ho sottoscritta la presente cedola di mia abiurazione e recitatala di parola in parola, in Roma, nel convento della Minerva, questo dì 22 giugno 1633.
Io, Galileo Galilei ho abiurato come di sopra, mano propria.

Fonte (www.wikisource.org)


La censura nella rivoluzione scientifica
La scienza moderna ai suoi inizi ha dovuto fronteggiare due autorevoli e forti ostacoli:
• la tradizione culturale ufficiale, che si sentiva minacciata: il nuovo sapere metteva in discussione molte teorie fisiche e cosmologiche consolidate, era portatore di uno schema culturale nuovo ed anti-finalistico; basandosi sulla forza dell'esperienza e della verifica, svuotava di senso ogni dogma e minava le vecchie "autorità";
• la religione cattolica, che si sentiva parimenti minacciata: veniva smontata la visione cosmologica in cui essa aveva inquadrato le proprie credenze, confidando in un'interpretazione letterale e non allegorica delle Scritture (vedi il caso Galileo), e si affermava il principio della libera ricerca, che veniva ritenuto pericoloso quanto quello del libero esame sostenuto dai protestanti
La censura ecclesiastica ebbe pesanti conseguenze: le "espurgazioni", a volte neppure dichiarate, potevano arrivare a stravolgere il pensiero dell'autore originario e i testi scientifici non conformi all'interpretazione aristotelico-scolastica erano considerati eretici. Nel 1616 furono bandite le opere di Copernico. Gli scrittori si autocensuravano e l'attività dei librai diventò difficile per le richieste di permesso e i pericoli di confisca.
Le "patenti di lettura", tuttavia, che in teoria avrebbero dovuto essere rilasciate solo a studiosi di provata fiducia da parte del Santo Uffizio e durare solo per tre anni, si ottenevano invece in pratica abbastanza facilmente. Dopo la metà del XVII secolo di fatto si cessò di perseguire la semplice detenzione di libri proibiti.


Censura di Giordano Bruno
Fu un filosofo, scrittore e frate domenicanoitaliano, condannato al rogo dall'Inquisizione cattolica per eresia. Tra i punti chiave della sua concezione filosofica: la pluralità dei mondi, l'infinità dell'universo ed il rifiuto della transustanziazione. Il suo pensiero presenta un'accentuazione dell'infinitezza divina.
Naturalmente Bruno sa che la sua vita è in gioco e si difende abilmente dalle accuse dell'Inquisizione veneziana: nega quanto può, tace, e mente anche, su alcuni punti delicati della sua dottrina, confidando che gli inquisitori non possano essere a conoscenza di tutto quanto egli abbia fatto e scritto, e giustifica le differenze fra le concezioni da lui espresse e i dogmi cattolici con il fatto che un filosofo, ragionando secondo «il lume naturale», può giungere a conclusioni discordanti con le materie di fede, senza dover per questo essere considerato un eretico.
L'Inquisizione romana chiede però la sua estradizione, che viene concessa, dopo qualche esitazione, dal Senato veneziano. Il 27 febbraio1593 Bruno è rinchiuso nelle carceri romane del Palazzo del Sant'Uffizio.
Interrogato anche sotto tortura, Giordano Bruno non rinnegò i fondamenti della sua filosofia: ribadì l'infinità dell'universo, la molteplicità dei mondi, la non generazione delle sostanze e il moto della Terra.
Sostiene che la terra è dotata di un'anima, che le stelle hanno natura angelica, che l'anima non è forma del corpo; come unica concessione, è disposto ad ammettere l'immortalità dell'anima umana.
Il 12 gennaio1599 è invitato ad abiurare otto proposizioni eretiche, nelle quali si comprendevano la sua negazione della creazione divina, dell'immortalità dell'anima, la sua concezione dell'infinità dell'universo e del movimento della Terra, dotata anche di anima, e degli astri come angeli. La sua disponibilità ad abiurare, a condizione che le proposizioni siano riconosciute eretiche non da sempre, ma solo ex nunc, è respinta dalla Congregazione dei cardinali inquisitori. Il 10 settembre è ancora pronto all'abiura, ma il 16 cambia idea e, infine, il 21 dicembre rifiuta recisamente ogni abiura, non avendo, dichiara, nulla di cui doversi pentire.
L'8 febbraio1600 è costretto ad ascoltare inginocchiato la sentenza di condanna a morte per rogo; si alza e ai giudici indirizza la storica frase: «Maiori forsancum timore sententiam in me fertisquam ego accipiam» («Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla»)


Censura di Galileo Galilei
« [...] questo non è paese da venire a disputare sulla luna né da volere, nel secolo che corre, sostenere né portarci dottrine nuove »
Piero Guicciardini
Il processo a Galileo Galilei, iniziò il 12 aprile1633 e si concluse il 22 giugno1633 con la sua condanna per eresia e con l'abiura delle sue concezioni astronomiche.
Galileo fu accusato da un frate domenicano di contraddire le Sacre Scritture con le sue concezioni astronomiche ispirate alle teorie copernicane.
il 24 febbraio 1616, i teologi del Sant'Uffizio esaminano le due fondamentali proposizioni del De Revolutionibus di Copernico, censurandole. La prima, per la quale «Sol est centrum mundi, et omninoimmobilismotu locali», viene definita «stolta e assurda in filosofia e formalmente eretica», dal momento che contraddice le Sacre Scritture; la seconda, che la «Terra non est centrum mundi necimmobilis, sedsecundum se totammovetur, etiammotu diurno», per i teologi è censurabile in filosofia e almeno erronea nella fede: «hancpropositionemrecipereeandemcensuram in philosophia; et spectandoveritatemtheologicam, ad minus esse in fide erroneam».

(Fonte wikipedia)


DEFINIZIONI
LA CENSURA NELLA CHIESA
Quasi tutta la storia d’occidente è stata censurata dallo Stato e dalla Chiesa; i partiti fanno i censori quando s’impossessano dello Stato. Numerosi documenti della Chiesa sono dei falsi confezionati per esigenze di potere, dottrinarie, ideologiche, politiche ed economiche; i miracoli, grazie alla mediazione dello Stato confessionale, hanno trovato posto anche sui libri di storia. Nel 1557 nacque l’indice dei libri proibiti, però la censura era esistita anche prima.
In epoca liberale e democratica è stata censurate la posta dei militari, dei detenuti e delle suore in convento.
IL DOVERE
Con il termine dovere intendiamo la situazione svantaggiosa di un soggetto al quale la norma imponga di tenere un dato comportamento a vantaggio di un altro soggetto.
LIBERTA’ DELLA SCIENZA

Quando si parla di libertà della scienza il primo riferimento va all’articolo 33 della Costituzione, “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”, ricco di suggestioni.
Immediatamente ricordiamo il processo di Galilei, il rogo di Giordano Bruno
o le tante polemiche sulle opere d’arte giudicate immorali o gli insegnanti perseguiti
e boicottati per il contenuto del loro insegnamento.
Dietro ognuna di queste vicende ora assurde, ora drammatiche, che affiorano
alla nostra mente come episodi di intolleranza o come il prodotto di inutili superstizioni
o, ancora, come l’effetto dell’ottusa chiusura alle novità, vi è sempre, in un
modo o nell’altro, l’eterna aspirazione dell’uomo alla verità, quel suo non esser
fatto per “viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”, quel suo desiderio
di comunicare agli altri la verità o la scoperta, che ritiene di aver raggiunto.
In questo modo si fa rivivere l’affermazione della libertà della scienza che si collega in
moltissimi dei suoi aspetti a quell’aspirazione alla verità, a quella valutazione positiva
della verità che trasforma la ricerca del vero in un dovere etico.


La censura
Per censura si intende il controllo della comunicazione o di altre forme di libertà (libertà di espressione,di pensiero, di parola) da parte di un autorità.
Nella maggior parte dei casi si intende che tale controllo sia applicato all’ambito della comunicazione pubblica, per esempio quella per mezzo della stampa o di altri mezzi di comunicazione di massa; ma si può anche riferire al controllo dell’espressione dei singoli.

IVD-Giorgia Palazzina, Mariapaola Perini, Sara Rancati, Boccardi Matthew - Liceo Scientifico "G. Novello" -- Codogno (LO), Codogno (LO)

Censura e Libertà e Diritti

Costituzione degli Stati Uniti d'America (Matthew Boccardi)


Definizione
La Costituzione degli Stati Uniti è la legge suprema degli Stati Uniti d'America, ed è annoverata tra le più antiche ...

Costituzione degli Stati Uniti d'America (Matthew Boccardi)


Definizione
La Costituzione degli Stati Uniti è la legge suprema degli Stati Uniti d'America, ed è annoverata tra le più antiche costituzioni nazionali scritte tuttora vigenti, venne completata il 17 settembre 1787. Entrò in vigore nel 1789, ed è servita da modello per diverse costituzioni adottate da altre nazioni. La Costituzione creò un governo maggiormente unificato, al posto di quello che era un gruppo di stati indipendenti che operavano sotto gli Articoli della Confederazione. La Costituzione statunitense si definisce come "legge suprema dello stato". Cioè quando le leggi (incluse le costituzioni dei singoli stati) che sono state approvate dalle legislature statali, o dal Congresso (nazionale), vengono ritenute in conflitto con la Costituzione federale, tali leggi sono nulle e prive di effetto. Le decisioni della Corte Suprema nel corso di oltre due secoli hanno ripetutamente confermato e rafforzato questa dottrina della "supremazia costituzionale".In base alla Costituzione, l'autorità ultima, politica e governativa, è affidata all'elettorato statunitense, che può cambiare la legge fondamentale, se lo desidera, emendando la Costituzione o, come caso estremo, stilandone una nuova. Il popolo comunque non esercita questo diritto in maniera diretta, ma delega gli affari quotidiani del governo ai funzionari pubblici, sia eletti che nominati, alcuni dei quali sono previsti dalla Costituzione.


Storia
Dopo la guerra d'indipendenza, i tredici stati formarono inizialmente un governo centrale molto debole in base agli Articoli della Confederazione. Questo governo non aveva, ad esempio, alcun potere di imporre tasse poiché non aveva l'organizzazione necessaria a far rispettare i pagamenti. Non poteva nemmeno controllare i commerci tra gli stati, per cui si venne a creare una serie di leggi tributarie e di tariffe in conflitto tra i vari stati. Inoltre, gli Articoli richiedevano il consenso unanime di tutti gli stati prima che potesse essere attuato qualsiasi cambiamento. Gli stati prendevano il governo centrale con tale leggerezza che i loro rappresentanti erano spesso assenti e la legislatura nazionale veniva di frequente bloccata, anche su questioni marginali, a causa della mancanza di un quorum. A seguito di questi problemi, venne indetta una riunione ("convenzione" era il termine usato allora) a causa di una disputa territoriale tra Virginia e Maryland, per vagliare la possibilità di emendare gli articoli e rafforzare il governo federale. L'ordine del giorno prevedeva solo l'emendamento di quegli articoli, ma il comitato ignorò le sue limitazioni. La Convenzione si riunì a Filadelfia, nell'estate del 1787, votò subito per tenere segrete le delibere e decise la stesura di un nuovo modello di governo, stipulando infine che solo 9 stati su 13 avrebbero dovuto ratificarlo per farlo entrare in vigore. Tutto ciò venne criticato in quanto andava ben oltre il mandato della Convenzione, oltre a essere fuori dalla legalità, ma la paralisi del governo degli Articoli della Confederazione era evidente e si concordò di sottoporre la proposta agli stati nonostante le eccezioni sollevate. Il 17 settembre 1787, la Costituzione venne completata e firmata a Filadelfia e il nuovo governo da questa prescritto entrò in funzione il 4 marzo 1789, dopo che in molti stati ci fu un'aspra lotta sulla ratifica. Queste dispute portarono alla creazione di una Costituzione basata sul compromesso tra gli stati e le parti politiche.
Pagina IV della Costituzione degli Stati Uniti
La Costituzione statunitense si definisce come "legge suprema dello stato". Le corti hanno interpretato la frase in questo senso: quando le leggi (incluse le costituzioni dei singoli stati) che sono state approvate dalle legislature statali, o dal Congresso (nazionale), vengono ritenute in conflitto con la Costituzione federale, tali leggi sono nulle e prive di effetto. Le decisioni della Corte Suprema nel corso di oltre due secoli hanno ripetutamente confermato e rafforzato questa dottrina della "supremazia costituzionale" (o "clausola di supremazia").
In base alla Costituzione, l'autorità ultima, politica e governativa, è affidata all'elettorato statunitense, che può cambiare la legge fondamentale, se lo desidera, emendando la Costituzione o, come caso estremo, stilandone una nuova. Il popolo comunque non esercita questo diritto in maniera diretta, ma delega gli affari quotidiani del governo ai funzionari pubblici, sia eletti che nominati, alcuni dei quali sono previsti dalla Costituzione.
Il potere dei funzionari pubblici è limitato. Le loro azioni ufficiali devono essere conformi alla Costituzione e alle leggi fatte in accordo con essa. I funzionari eletti possono mantenere il loro ufficio solo se rieletti a intervalli periodici. I funzionari nominati prestano servizio, in genere, a piacere della persona o autorità che li ha nominati, e possono essere rimossi in qualsiasi momento. L'eccezione a questa pratica è la nomina a vita, da parte del Presidente, dei giudici della Corte Suprema e di altri giudici federali. Lo scopo di questa eccezione è di rendere questi incarichi liberi da obblighi o influenze politiche.

I principi del governo
Anche se la Costituzione è cambiata sotto molti aspetti fin dalla sua prima adozione, i suoi principi base sono ancora gli stessi del 1787:
Esistono tre branche principali di governo — potere esecutivo, potere legislativo, e potere giudiziario — separate e distinte l'una dall'altra. I poteri dati ad ogni branca sono bilanciati e controllati dai poteri delle altre due: ogni branca controlla così i potenziali eccessi delle altre.
Gli Stati Uniti hanno una struttura federale. I poteri elencati nella Costituzione sono dati al governo federale, mentre tutti gli altri poteri non indicati rimangono ai singoli stati.
La Costituzione, insieme alle leggi emesse secondo i suoi dettami e i trattati firmati dal Presidente e approvati dal Senato, è al di sopra di tutte le altre leggi, atti esecutivi e normative. Fin dal caso Marbury v. Madison, la magistratura degli Stati Uniti è stata attiva nel processo di revisione giuridica. Ciò significa che le corti federali esaminano le leggi emesse e, nel caso le ritengano incostituzionali, possono abrogarle. Inoltre esaminano anche gli atti dei pubblici ufficiali — incluso il Presidente stesso. (United States v. Nixon)
Tutte le persone sono uguali davanti alla legge e beneficiano egualmente del diritto alla protezione da essa fornita. Tutti gli stati sono uguali e nessuno può ricevere un trattamento speciale dal governo federale. Nei limiti della Costituzione, ogni stato deve riconoscere e rispettare le leggi degli altri. I governi statali, come il governo federale, devono avere una forma repubblicana, la cui autorità finale risiede nel popolo.
Il popolo ha il diritto di cambiare la sua forma di governo nazionale con i mezzi definiti dal quinto articolo della Costituzione stessa.

Preambolo
Il preambolo alla Costituzione degli Stati Uniti consiste di una singola frase che introduce il documento e i suoi scopi. Il preambolo in sé non garantisce alcun potere né inibisce alcuna azione. Esso spiega solamente la logica dietro alla Costituzione. Il preambolo, in particolare nelle sue prime tre parole ("We the people", "Noi il popolo"), è una delle sezioni più citate della Costituzione.
Previsione degli emendamenti
Gli autori della Costituzione erano ovviamente consci che modifiche si sarebbero rese necessarie di volta in volta se la costituzione voleva durare e stare dietro agli effetti dell'anticipata crescita dello stato. Ad ogni modo, erano anche consci che tali modifiche non dovevano poter essere apportate troppo facilmente, per non permettere emendamenti mal concepiti o approvati frettolosamente. Nel bilanciare le modalità di emendamento volevano inoltre assicurare che requisiti troppo rigidi di unanimità non bloccassero un'azione desiderata dalla vasta maggioranza della popolazione. La loro soluzione fu di escogitare un processo duale con il quale la costituzione potesse essere cambiata.
La prima opzione deve prendere il via dal Congresso, il quale, con due terzi del voto (con un quorum) in ogni camera, può dare il via ad un emendamento. In alternativa, le legislature dei due terzi degli stati possono chiedere al Congresso di indire una convenzione nazionale per discutere e stilare gli emendamenti. In entrambi i casi, gli emendamenti devono avere l'approvazione delle legislature o delle convenzioni di tre quarti degli stati esistenti, prima di diventare parte della costituzione. Alcuni ritengono che i cambiamenti demografici negli USA — in particolare la grande disparità tra la popolazione degli stati — ha reso la costituzione troppo difficile da emendare, con stati che rappresentano appena il 4% della popolazione che sono teoricamente in grado di bloccare emendamenti desiderati da oltre il 90% dei cittadini statunitensi; altri invece ritengono che risultati così estremi possano verificarsi con estrema improbabilità. Ad ogni modo, qualsiasi proposta di cambiare il metodo di approvazione degli emendamenti richiede un emendamento della costituzione.
Oltre al processo di modifica diretta della Costituzione, l'effetto pratico di queste condizioni può essere cambiato per decisione giudiziaria. Gli Stati Uniti sono uno stato che adotta la common law, e le corti sono obbilgate a seguire i precedenti stabiliti nei casi passati. Comunque, quando una decisione della Corte Suprema chiarifica l'applicazione di una parte della Costituzione alla legge comune, l'effetto è quello di stabilire il significato di tale parte per tutti gli scopi pratici. Non molto dopo l'adozione della Costituzione, nel caso "Marbury contro Madison" del 1803, la Corte Suprema stabilì la dottrina della revisione giudiziaria, che consiste nel potere della corte di esaminare la legislazione e altri atti del Congresso, per deciderne la costituzionalità. La dottrina abbraccia inoltre il potere della corte di spiegare il significato di diverse sezioni della costituzione nel modo in cui si applicano a casi particolari portati davanti alla corte. Siccome tali cause riflettono cambiamenti nelle condizioni legali, politiche, economiche e sociali, ciò fornisce in pratica un meccanismo per adattare la costituzione al di fuori degli emendamenti. Nel corso degli anni, una serie di decisioni giudiziarie, su questioni che vanno dalla regolamentazione governativa di radio e televisione, ai diritti dell'accusato in cause penali, hanno avuto l'effetto di modificare quello che era il significato inteso di molte clausole costituzionali, senza portare alcun cambiamento al testo della costituzione stessa.
La legislazione del Congresso, approvata per implementare le condizioni previste dalla Costituzione o per adattare tali implementazioni alle mutate condizioni, amplia anch'essa, e in modo sottile cambia, il significato della Costituzione. Fino a un certo punto, le regole e i regolamenti delle diverse agenzie del governo federale hanno un effetto simile. In caso di obiezione, la verifica in entrambi i casi è se, nell'opinione delle corti, tali legislazioni e regolamenti si conformano al significato della Costituzione.
Emendamenti
Ci sono due sistemi per emendare la Costituzione: il primo prevede la votazione a maggioranza di due terzi di ciascun ramo del Congresso, mentre il secondo prevede che il potere legislativo di due terzi degli Stati che compongono la confederazione richieda al Congresso la preparazione di una "convention nazionale", nella quale discutere dei possibili emendamenti. Fino ad oggi, è stato solo il Congresso a proporre emendamenti. In entrambi i casi, comunque, prima di entrare a far parte della Costituzione, le proposte di emendamenti devono essere ratificate da tre quarti degli Stati confederati, e una volta accettate vengono poste in calce alla carta costituzionale, senza modificarla direttamente.
La Costituzione è stata emendata solo in diciassette occasioni dal 1791, in quanto i primi dieci dei ventisette emendamenti vennero ratificati dagli stati simultaneamente. È probabile che ci saranno ulteriori revisioni in futuro. I cambiamenti più importanti avvennero nell'arco di due anni dall'adozione della costituzione. In quel periodo vennero aggiunti i primi dieci emendamenti, noti come "Dichiarazione dei Diritti".
Molti studiosi hanno fatto notare il numero relativamente piccolo di emendamenti alla costituzione. Alcuni attribuiscono questo fatto alla semplicità della Costituzione e alla sua flessibilità, in quanto viene continuamente reinterpretata dalle corti di giustizia. Altri comunque, ritengono che i cambiamenti demografici abbiano dato troppo potere agli stati più piccoli, sopprimendo così quelle che reputano essere riforme necessarie.
La sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti nel caso Marbury contro Madison (1803) è una delle decisioni più importanti e citate nella storia della giurisprudenza statunitense. Fu il primo caso di giudizio di costituzionalità di una legge ed instaurò il sistema del judicial review esercitato dalle corti americane. Il presidente della Corte suprema all'epoca era John Marshall, ex segretario di Stato del presidente degli Stati Uniti John Adams. Quest'ultimo, prima di essere sostituito da Thomas Jefferson, rinnovò molte cariche istituzionali, tra cui la presidenza della Corte suprema che fu affidata a Marshall (si tratta delle cosiddette nomine di Mezzanotte). Costui non era un giurista, ma un politico e, non avendo nessuna esperienza giuridica, aveva la forte esigenza, da una parte di dare credibilità a se stesso quale presidente della Corte e, dall'altra, di dare credibilità alla Corte stessa, la quale era stata resa operativa solo pochi anni prima (1788) con l'entrata in vigore della nuova Costituzione.

DIFFERENZA COSTITUZIONE AMERICANA ITALIANA
La Costituzione USA consiste di sette articoli (la loro separazione riflette, in generale, l'idea della separazione dei poteri) e 27 emendamenti (i Costituenti avevano previsto la necessità di adeguare nel tempo la Costituzione).
La costituzione italiana (entrata in vigore il primo gennaio 1948) è composta da 139 articoli (di cui 5 sono stati abrogati: 115;124;128;129;130), divisi in quattro sezioni:
principi fondamentali (artt. 1-12);
parte prima, diritti e doveri dei cittadini (artt. 13-54);
parte seconda, concernente l'ordinamento della Repubblica (artt. 55-139);
18 disposizioni transitorie e finali, riguardanti situazioni relative al trapasso dal vecchio al nuovo regime e destinate a non ripresentarsi.
Già il raffronto tra numero degli articoli di cui sono composte è significativo.
Ancor più lo è il fatto che quella italiana è "rigida". Con ciò si indica che da un lato è necessario un procedimento parlamentare aggravato per la riforma dei suoi contenuti (non basta la normale maggioranza), e dall'altro che le disposizioni aventi forza di legge in contrasto con la Costituzione vengono rimosse con un procedimento innanzi alla Corte costituzionale.
Ciò significa che adeguamenti alle mutate esigenze risultano di difficilissima attuazione.


LA FELICITA’ IERI – SARA RANCATI


La dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America:
“Quando nel corso degli umani eventi si rende necessario ad un popolo sciogliere i vincoli politici che lo avevano legato ad un altro ed assumere tra le altre potenze della terra quel posto distinto ed eguale cui ha diritto per Legge naturale e divina, un giusto rispetto per le opinioni dell’umanità richiede che esso renda noto le cause che lo costringono a tale secessione. Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti, che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità.”
Quello della felicità è un tema soggettivo: come oggi anche nel Settecento la felicità di una persona può non essere la felicità di un’altra. Nel XVIII secolo per una famiglia di contadini la felicità poteva essere per esempio assicurarsi il raccolto nei campi e la salute di tutti i membri della famiglia.
Il Settecento è stato il secolo delle rivoluzioni: in molti, dopo aver preso coscienza del fatto che ciascun uomo ha dei diritti e che questi venivano costantemente violati, si sono imposti per vederli riconosciuti.
Thomas Jefferson, John Adams, Benjamin Franklin, Robert R. Livingston e Roger Sherman inserirono nella Dichiarazione d’indipendenza Americana I diritti fondativi dell’uomo, come la vita e la libertà. La Commissione dei Cinque tra questi diritti scrisse anche “la ricerca della felicità”. Per questi padri fondatori la felicità poteva essere rappresentata dal traguardo che stavano cercando di raggiungere stendendo la Dichiarazione. Al giorno d’oggi può sembrare scontato un valore come la libertà o la giustizia, ma nel Settecento stavano proprio lottando per questo. La felicità oggi è differente dalla felicità di ieri: se oggi non dobbiamo lottare per poter essere curati o per poter essere istruiti, ieri dovevano lottare per vedere riconosciuti i loro diritti.


LA FELICITA’ OGGI – GIORGIA PALAZZINA


Ricercando in internet qualche notizia sulla “felicità oggi”, per caso ho scoperto questa bellissima storia che mi ha fatto riflettere, così ho deciso di proporvela:
Due uomini, entrambi molto malati, occupavano la stessa stanza d'ospedale. A uno dei due uomini era permesso mettersi seduto sul letto per un'ora ogni pomeriggio per aiutare il drenaggio dei fluidi dal suo corpo. Il suo letto era vicino all'unica finestra della stanza. L'altro uomo doveva restare sempre sdraiato. Infine i due uomini fecero conoscenza e cominciarono a parlare per ore. Parlarono delle loro mogli e delle loro famiglie, delle loro case, del loro lavoro, del loro servizio militare e dei viaggi che avevano fatto. Ogni pomeriggio l'uomo che stava nel letto vicino alla finestra poteva sedersi e passava il tempo raccontando al suo compagno di stanza tutte le cose che poteva vedere fuori dalla finestra. L'uomo nell'altro letto cominciò a vivere per quelle singole ore nelle quali il suo mondo era reso più bello e più vivo da tutte le cose e i colori del mondo esterno.
La finestra dava su un parco con un delizioso laghetto. Le anatre e i cigni giocavano nell'acqua mentre i bambini facevano navigare le loro barche giocattolo. Giovani innamorati camminavano abbracciati tra fiori di ogni colore e c'era una bella vista della città in lontananza. Mentre l'uomo vicino alla finestra descriveva tutto ciò nei minimi dettagli, l'uomo dall'altra parte della stanza chiudeva gli occhi e immaginava la scena. In un caldo pomeriggio l'uomo della finestra descrisse una parata che stava
passando. Sebbene l'altro uomo non potesse sentire la banda, poteva vederla. Con gli occhi della sua mente così come l'uomo dalla finestra gliela descriveva. Passarono i giorni e le settimane.
Un mattino l'infermiera del turno di giorno portò loro l'acqua per il bagno e trovò il corpo senza vita dell'uomo vicino alla finestra, morto pacificamente nel sonno.
L'infermiera diventò molto triste e chiamò gli inservienti per portare via il corpo. Non appena gli sembrò appropriato, l'altro uomo chiese se poteva spostarsi nel letto vicino alla finestra. L'infermiera fu felice di fare il cambio, e dopo essersi assicurata che stesse bene, lo lasciò solo. Lentamente, dolorosamente, l'uomo si sollevò su un gomito per vedere per la prima volta il mondo esterno. Si sforzò e si voltò lentamente per guardare fuori dalla finestra vicina al letto. Essa si affacciava su un muro
bianco. L'uomo chiese all'infermiera che cosa poteva avere spinto ilsuo amico morto a descrivere delle cose così meravigliose al di fuori da quella finestra. L'infermiera rispose che l'uomo era cieco enon poteva nemmeno vedere il muro 'Forse, voleva farle coraggio. ' disse.

Leggendo questa storia,vera o inventata che sia, ho capito che al giorno d’oggi, per noi più fortunati, la ricerca della felicità non consiste più nel rivendicare i nostri diritti di esistenza e di libertà, poiché, forse per errore, li diamo quasi per scontati; l'uomo è soprattutto alla ricerca di quelle sensazioni ed emozioni che lo fanno star bene e lo appagano, di quello stato emotivo di benessere che è, secondo alcuni, irraggiungibile. Secondo A.Ehrenberg la nuova felicità consiste nel “sapersi uniformare ai propri desideri”, sicuramente non ha tutti i torti, è infatti inutile dire che, quando otteniamo qualcosa che desideravamo molto, nasce in noi un grandissimo senso di gioia e di felicità; Ma che “felicità” è?... Io la definirei superficiale e frivola, tanto che, ottenuta una cosa, dopo pochissimo tempo ce ne siamo già dimenticati e ne vogliamo subito un’ altra. Non è possibile paragonare la felicità provata dagli americani quando fu dichiarata l’Indipendenza dell’America nel 1776 o quella provata da uno schiavo che dopo tanti anni di sfruttamento ottiene la libertà, con la “nostra” felicità per aver ricevuto un bel paio di scarpe oppure per aver comprato la nuova playstation.
Ritengo perciò che la vera felicità oggi sia fare qualcosa, anche un piccolo gesto, per rendere felici gli altri; quelle persone meno fortunate che stanno ancora andando alla ricerca della felicità intesa come Vita, Libertà, Giustizia, Salute, e tutti gli altri diritti inalienabili dell’uomo. Un esempio? Sia la mia classe che la mia famiglia hanno adottato un bambino a distanza, la cosa più bella non è tanto il pensiero di inviargli dei soldi o dei vestiti, quanto più il ricevere sue letterine, sue foto, suoi disegni, che realmente dimostrano che qualcosa in lui è cambiato, è diventato più grande, va a scuola, ha degli amici e finalmente ha trovato un po’ di felicità. Donare la felicità significa donare un sorriso... sorridi alla vita e lei ti sorriderà

Ecco alcune definizioni di felicità:

• la felicità è rappresentata da un senso generale di appagamento complessivo che può essere scomposto in termini di appagamento in aree specifiche quali ad esempio il matrimonio, il lavoro, il tempo libero, i rapporti sociali, l'autorealizzazione e la salute. Argyle (1987)
• La felicità è legata al numero e all'intensità delle emozioni positive che la persona sperimenta e, in ultimo, come evento o processo emotivo improvviso e piuttosto intenso è meglio designata come gioia . In questo caso è definibile come l'emozione che segue il soddisfacimento di un bisogno o la realizzazione di un desiderio e in essa, accanto all'esperienza del piacere, compaiono una certa dose di sorpresa e di attivazione. D'Urso e Trentin (1992).
• Esercitare liberamente il proprio ingegno, ecco la vera felicità. Aristotele
• La più grande felicità è conoscere le cause dell'infelicità. Dostoevskij
• Ogni felicità è un capolavoro. Yourcenar


http://www.albanesi.it/Mente/felicita.htm
Molti discorsi sulla felicità si perdono in vuote parole perché tendono a considerare l'intera esistenza dell'individuo. Lo "stato durevole" è ovviamente un'utopia e questa utopia è sempre stato il cavallo di battaglia di chi ha voluto negare l'esistenza (o la possibilità concreta) della felicità.
Tutto diventa sorprendentemente banale se ci si riferisce a un attimo esistenziale: quel momento di gioia che chiunque di noi ritiene possibile. Si tratta solo di analizzare il nostro stato relativamente alle nostre sensazioni istantanee, alle nostre emozioni del momento e non limitarci a definirlo "gioia", ma usarlo per una definizione profonda di felicità. Il primo punto fondamentale è che solo il soggetto può giudicare il suo stato emozionale istantaneo. Ciò sembrerebbe far cadere ogni pretesa di oggettività, ma in realtà non è così poiché il fatto che un soggetto sia "pieno di gioia" in un attimo ben preciso non significa certo che abbia una vita felice. Basta introdurre il concetto tempo, che ci permette di fare il bilancio esistenziale. Si può parlare di gioia, serenità e dolore riferendosi a un attimo esistenziale, mentre il bilancio totale della nostra vita non è altro che la somma di tutti i suoi attimi. La qualità della vita è il parametro che esprime questa somma; se diciamo che un uomo fa una vita da cani, probabilmente vogliamo dire che ha avuto pochi attimi di gioia e di serenità.
Dopo queste premesse la definizione di felicità è molto semplice: “La felicità è l'integrale dello stato emozionale rispetto al tempo”.


Dichiarazione d’indipendenza d’America e giusnaturalismo (Mariapaola Perini)

La dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d'America è il documento che segna la nascita di tale federazione. In essa, tredici colonie britanniche sulla costa atlantica dell'America settentrionale dichiararono la propria indipendenza dalla madrepatria, esponendo le motivazioni che le spingevano a questo atto. Per quanto vi fossero già stati alcuni scontri fra i coloni ribelli e l'esercito britannico, essa segnò il vero inizio della Rivoluzione americana, che 7 anni dopo si sarebbe conclusa con la vittoria dell'esercito continentale di George Washington sulle forze di re Giorgio III d'Inghilterra. Di fatto il documento rappresentò il momento di trasformazione della battaglia dei coloni verso la Gran Bretagna per la difesa dei propri diritti di uomini "inglesi" in una vera e propria rivoluzione volta a rovesciare la forma di governo esistente all'epoca. Non mirò a definire una nuova forma di governo e pertanto non va confusa con la Costituzione degli Stati Uniti d'America. Per i coloni americani rappresentò un annuncio a tutto il mondo dell'indipendenza raggiunta da parte delle colonie inglesi. L'obiettivo era quello di rafforzare il supporto interno alla propria battaglia ed incoraggiare l'intervento a proprio favore di alcune potenze europee, in particolare della Francia.
La dichiarazione fu redatta dalla Commissione dei Cinque e ratificata a Filadelfia il 4 luglio 1776 dai trentatré delegati del Secondo congresso continentale (chiamati padri fondatori o Founding Fathers). Nella dichiarazione si accusava il re, non più i suoi collaboratori come in passato, ritenuto l'unico legame che esisteva ancora tra i coloni e la Gran Bretagna.
Essa può essere suddivisa in tre parti:
• una dichiarazione di principi relativa ai diritti dell'uomo e alla legittimità della rivoluzione
• un elenco di specifiche accuse circostanziate nei confronti di re Giorgio III d'Inghilterra
• una dichiarazione formale d'indipendenza.
Nella prima parte vi sono alcuni riferimenti ai principi illuministici e giusnaturalisti, tra cui il riferimento alla "legge naturale e divina" e al principio dell'uguaglianza: "Tutti gli uomini sono stati creati uguali", e subito dopo il riferimento ai "diritti inalienabili". Si fa inoltre riferimento al diritto del popolo di ribellarsi all'autorità costituita teorizzato da Locke: "è diritto del popolo modificarlo o distruggerlo".

Ecco il testo della dichiarazione d’indipendenza tradotto in italiano:
In Congresso, 4 luglio 1776
Quando nel corso di eventi umani, sorge la necessità che un popolo sciolga i legami
politici che lo hanno stretto a un altro popolo e assuma tra le potenze della terra lo
stato di potenza separata e uguale a cui le Leggi della Natura e del Dio della Natura
gli danno diritto, un conveniente riguardo alle opinioni dell'umanità richiede che quel
popolo dichiari le ragioni per cui è costretto alla secessione.
Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono
creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi
diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire
questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal
consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a
negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo
governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al
popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità.
Certamente, prudenza vorrà che i governi di antica data non siano cambiati per ragioni
futili e peregrine; e in conseguenza l'esperienza di sempre ha dimostrato che gli
uomini sono disposti a sopportare gli effetti d'un malgoverno finchè siano
sopportabili, piuttosto che farsi giustizia abolendo le forme cui sono abituati. Ma
quando una lunga serie di abusi e di malversazioni, volti invariabilmente a perseguire
lo stesso obiettivo, rivela il disegno di ridurre gli uomini all'assolutismo, allora è loro
diritto, è loro dovere rovesciare un siffatto governo e provvedere nuove garanzie alla
loro sicurezza per l'avvenire. Tale è stata la paziente sopportazione delle Colonie e
tale è ora la necessità che le costringe a mutare quello che è stato finora il loro
ordinamento di governo. Quella dell'attuale re di Gran Bretagna è storia di ripetuti
torti e usurpazioni, tutti diretti a fondare un'assoluta tirannia su questi Stati. Per
dimostrarlo ecco i fatti che si sottopongono all'esame di tutti gli uomini imparziali e in
buona fede.
1) Egli ha rifiutato di approvare leggi sanissime e necessarie al pubblico bene.
2) Ha proibito ai suoi governatori di approvare leggi di immediata e urgente
importanza, se
non a condizione di sospenderne l'esecuzione finché non si ottenesse l'assentimento di
lui, mentre egli trascurava del tutto di prenderle in considerazione.
3) Ha rifiutato di approvare altre leggi per la sistemazione di vaste zone popolate, a
meno
che quei coloni rinunziassero al diritto di essere rappresentati nell'assemblea
legislativa - diritto di inestimabile valore per essi e temibile solo da un tiranno.
4) Ha convocato assemblee legislative in luoghi insoliti, incomodi e lontani dalla sede
dei loro archivi, al solo scopo di indurre i coloni, affaticandoli, a consentire in
provvedimenti da lui proposti.
5) Ha ripetutamente disciolte assemblee legislative solo perché si opponevano con
maschia decisione alle sue usurpazioni dei diritti del popolo.
6) Dopo lo scioglimento di quelle assemblee si è opposto all'elezione di altre: ragion
per cui il Potere legislativo, che non può essere soppresso, è ritornato, per poter
funzionare, al popolo nella sua collettività, - mentre lo Stato è rimasto esposto a tutti i
pericoli di invasioni dall'esterno, e di agitazioni all'interno.
7) Ha tentato di impedire il popolamento di questi Stati, opponendosi a tal fine alle
leggi di naturalizzazione di forestieri rifiutando di approvarne altre che
incoraggiassero la immigrazione, e ostacolando le condizioni per nuovi acquisti di
terre.
8) Ha fatto ostruzionismo all'amministrazione della giustizia rifiutando l'assentimento
a leggi intese a rinsaldare il potere giudiziario.
9) Ha reso i giudici dipendenti solo dal suo arbitrio per il conseguimento e la
conservazione della carica, e per l'ammontare e il pagamento degli stipendi.
10) Ha istituito una quantità di uffici nuovi, e mandato qui sciami di impiegati per
vessare il popolo e divorarne gli averi.
11) Ha mantenuto tra noi, in tempo di pace, eserciti stanziali senza il consenso
dell'autorità legislativa.
12) Ha cercato di rendere il potere militare indipendente dal potere civile, e a questo
superiore.
13) Si è accordato con altri per assoggettarci a una giurisdizione aliena dalla nostra
costituzione e non riconosciuta dalle nostre leggi, dando il suo assentimento alle loro
pretese disposizioni legislative miranti a:
a) acquartierare tra noi grandi corpi di truppe armate;
b) proteggerle, con processi da burla, dalle pene in cui incorressero per assassinii
commessi contro gli abitanti di questi Stati;
c) interrompere il nostro commercio con tutte le parti del mondo;
d) imporci tasse senza il nostro consenso;
e) privarci in molti casi dei benefici del processo per mezzo di giuria;
f) trasportarci oltremare per esser processati per pretesi crimini;
g) abolire il libero ordinamento dileggi inglesi in una provincia attigua, istituendovi
un governo arbitrario, ed estendendone i confini si da farne nello stesso tempo un
esempio e un adatto strumento per introdurre in queste Colonie lo stesso governo
assoluto;
h) sopprimere le nostre carte statutarie, abolire le nostre validissime leggi, e mutare
dalle fondamenta le forme dei nostri governi;
i) sospendere i nostri corpi legislativi, e proclamarsi investito del potere di legiferare
per noi in ogni e qualsiasi caso.
Egli ha abdicato al suo governo qui, dichiarandoci privati della sua protezione e
facendo guerra contro di noi.
Egli ha predato sui nostri mari, ha devastato le nostre coste, ha incendiato le nostre
città, ha distrutto le vite del nostro popolo.
Egli sta trasportando, in questo stesso momento, vasti eserciti di mercenari stranieri
per completare l'opera di morte, di desolazione e di tirannia già iniziata con particolari
casi di crudeltà e di perfidia che non trovano eguali nelle più barbare età, e sono del
tutto indegni del capo di una nazione civile.
Egli ha costretto i nostri concittadini fatti prigionieri in alto mare a portare le armi
contro il loro paese, a diventare carnefici dei loro amici e confratelli, o a cadere uccisi
per mano di questi.
Egli ha incitato i nostri alla rivolta civile, e ha tentato di istigare contro gli abitanti
delle nostre zone di frontiera i crudeli selvaggi indiani la cui ben nota norma di guerra
è la distruzione indiscriminata di tutti gli avversari, di ogni età, sesso e condizione.
A ogni momento mentre durava questa apprensione noi abbiamo chiesto, nei termini
più umili, che fossero riparati i torti fattici; alle nostre ripetute petizioni non si è
risposto se non con rinnovate ingiustizie. Un principe, il cui carattere si distingue così
per tutte quelle azioni con cui si può definire un tiranno, non è adatto a governare un
popolo libero.
E d'altra parte non abbiamo mancato di riguardo ai nostri fratelli britannici. Di tanto in
tanto li abbiamo avvisati dei tentativi fatti dal loro parlamento di estendere su di noi
una illegale giurisdizione. Abbiamo ricordato ad essi le circostanze della nostra
emigrazione e del nostro stanziamento in queste terre. Abbiamo fatto appello al loro
innato senso di giustizia e alla loro magnanimità, e li abbiamo scongiurati per i legami
dei nostri comuni parenti di sconfessare queste usurpazioni che inevitabilmente
avrebbero interrotto i nostri legami e i nostri rapporti.
Anch'essi sono stati sordi alla voce della giustizia, alla voce del sangue comune. Noi
dobbiamo, perciò, rassegnarci alla necessità che denuncia la nostra separazione, e
dobbiamo considerarli, come consideriamo gli altri uomini, nemici in guerra, amici in
pace.
Noi pertanto, Rappresentanti degli Stati Uniti d'America, riuniti in Congresso
generale, appellandoci al Supremo Giudice dell'Universo per la rettitudine delle nostre
intenzioni, nel nome e per l'autorità del buon popolo di queste Colonie, solennemente
rendiamo di pubblica ragione e dichiariamo: che queste Colonie Unite sono, e per
diritto devono essere, stati liberi e indipendenti; che esse sono sciolte da ogni
sudditanza alla Corona britannica, e che ogni legame politico tra esse e lo Stato di
Gran Bretagna è, e deve essere, del tutto sciolto; e che, come Stati liberi e
indipendenti, essi hanno pieno potere di far guerra, concludere pace, contrarre
alleanze, stabilire commercio e compilare tutti gli altri atti e le cose che gli stati
indipendenti possono a buon diritto fare. E in appoggio a questa dichiarazione, con
salda fede nella protezione della Divina Provvidenza, reciprocamente impegnamo le
nostre vite, i nostri beni e il nostro sacro onore.
John Hancock
(Seguono 55 firme di Rappresentanti dei 13 Stati)
Come già detto, nella Dichiarazione d’indipendenza Americana si fa riferimento al diritto naturale. Ma cos è il diritto naturale, o giusnaturalismo?
“Giusnaturalismo” deriva dal latino “ius naturalis”, ovvero diritto naturale, ed indica il “diritto proprio della stessa natura umana”. Essendo la natura umana caratterizzata dalla razionalità, il diritto naturale è giustificabile sulla base della sola ragione. Il giusnaturalismo afferma quindi l’esistenza di diritti propri della natura umana e per questo inalienabili, cioè non possono essere tolti da nessuno e ai quali neppure l’individuo stesso può rinunciare volontariamente. Per lo stesso motivo sono universali, cioè propri di tutti gli uomini in ogni tempo e in ogni luogo. Il giusnaturlismo viene affermato all’inizio dell’età moderna, anche se ne troviamo qualche anticipazione in Tommaso d’Aquino. Grozio sosteneva che accanto al diritto positivo, proprio di ogni Stato, vi è un diritto naturale che è universale: in una situazione in cui viene sospesa ogni legge, come succede al tempo di guerra, rimangono comunque validi alcuni diritti che son basati sulla stessa ragione umana, e non sull’ordinamento statale. Si distingue dunque dal diritto positivo in quanto nasce dalla natura stessa dell’uomo, e non è diversificato da popolo a popolo. Può accadere che questi due diritti siano in contrasto fra loro, basti pensare a gravi casi che sono apparsi nel corso della storia (schiavitù, sterminio degli ebrei).

IIIBp-Liceo "Cagnazzi" - Liceo Classico "Cagnazzi" -- Altamura (BA), Altamura (BA)

Il problema della Libertà

Chiedersi come sia possibile la libertà e chiedersi come sia possibile l’uomo sono, oggi, due modi diversi di formulare la medesima domanda.
Se l’uomo è il problema di ...

Chiedersi come sia possibile la libertà e chiedersi come sia possibile l’uomo sono, oggi, due modi diversi di formulare la medesima domanda.
Se l’uomo è il problema di se stesso, l’essere non gli è definitivamente dato né aprioristicamente garantito: la problematicità dell’uomo è la sua libertà.
Questa condizione conferisce alla scelta un carattere nuovo e decisivo.
I condizionamenti della libertà però sono nell’età contemporanea molteplici e rischiano di trasformare la libertà in un flatus vocis.
La libertà, inoltre, non è uno status che si possa raggiungere una volta per sempre, oppure, che una volta conseguito, richieda solo di essere ampliato, approfondito, discusso. L’unico modo di difenderlo è quello di sottoporlo a continue critiche; è quello di potenziare la sua creatività.
Il termine libertà ha tre significati fondamentali, corrispondenti a tre concezioni che si sono intersecate nel corso della sua storia e che possono essere caratterizzate nel modo seguente: a) la concezione della libertà come autodeterminazione o autocausalità, secondo la quale la libertà è assenza di condizioni e di limiti; b) la concezione della libertà come necessità, che si fonda sullo stesso concetto della precedente, ma attribuisce l’autodeterminazione stessa alla totalità cui l’uomo appartiene; c) la concezione, infine, della libertà come possibilità o scelta, secondo la quale la libertà è limitata o condizionata, cioè finita.
La prima concezione della libertà, quella per cui essa è assoluta, incondizionata e quindi non subisce limitazioni e non ha gradi, è stata espressa dicendo che è libero ciò che è causa di se stesso.
Questa concezione è stata per la prima volta elaborata da Aristotele che nell’ Ethica Nicomachea afferma: volontario è ciò che è “principio di se stesso”.
La nozione di libertà aveva in Epicureo lo stesso significato di autodeterminazione assoluta: autodeterminazione che egli faceva risalire agli atomi cui attribuiva il potere di deviare dalla propria traiettoria.
La nozione della libertà come autocausalità o autodeterminazione è a fondamento anche del concetto della libertà come necessità. Gli Stoici ammettevano che fossero libere le azioni che hanno in se stesse la loro causa o il loro principio.
Questo concetto si è trasmesso per tutto il Medioevo e ricorre frequentemente nella filosofia moderna e contemporanea. “La sostanza libera, dice Leibniz, si determina da sé stessa cioè seguendo il motivo del bene appercepito dell’intelligenza, cha la inclina senza necessitarla: tutte le condizioni della libertà sono comprese in queste poche parole”. Questo stesso concetto persuase Kant ad ammettere il carattere noumenico della libertà.
La seconda concezione fondamentale della libertà è quella che la identifica con la necessità. Questa concezione è strettamente imparentata con la prima.
Il concetto di libertà cui fa riferimento è ancora quello di “causa sui”; ma, come tale, la libertà viene attribuita non alla parte ma al tutto: non all’uomo singolo ma all’ordine cosmico o divino, alla sostanza, all’assoluto o allo Stato.
Da questo punto di vista, negare che l’uomo come tale sia libero o affermare che esso è libero in quanto manifestazione dell’autodeterminazione cosmica o divina, è la stessa cosa. Tutto ciò appare chiarissimo nella formulazione spinoziana.
La tendenza ad attribuire all’Assoluto la libertà, e a identificarla con la necessità si chiarisce così come la caratteristica propria della concezione romantica. Per Hegel, infatti, lo Stato è la realtà della libertà concreta poiché la volontà universale si realizza attraverso i cittadini che sotto questo aspetto sono i suoi strumenti.
Croce e Gentile condivisero questa dottrina: il primo identificando la libertà con la necessità dialettica dell’assoluto, il secondo identificando la libertà con la creatività delle forze che si chiamano individuali e coincidono con l’unità dell’universale.
Mentre le prime due concezioni della libertà hanno un nucleo concettuale comune, la terza non fa appello a questo nucleo perché intende la libertà come misura di possibilità, quindi di scelta motivata o condizionata. In questo senso la libertà non è autodeterminazione assoluta e non è quindi un tutto o un nulla, ma piuttosto un problema sempre aperto: il problema di determinare la misura, la condizione o la modalità della scelta che può garantirla.
Platone per primo ha enunciato il concetto che la libertà consista in una “giusta misura” ed ha illustrato questo concetto nel mito di Er.
Da questo punto di vista il problema della libertà politica è un problema di misura: la misura nella quale i cittadini devono partecipare al controllo delle leggi e la misura nella quale tali leggi debbono restringere le loro possibilità di scelta.
Questo è sempre stato il problema del liberalismo classico e cioè di ogni liberalismo autentico, antico e moderno. Questa dottrina della libertà si è rafforzata ed è diventata più chiara e coerente da quando la scienza stessa, a partire dal quarto decennio del nostro secolo, ha abbandonato l’ideale della causalità necessaria e della previsione infallibile.
La libertà è oggi, come ai tempi in cui ne veniva per la prima volta formulata la nozione nel mondo moderno, una questione di misura,di condizione e di limiti; e ciò in qualunque campo, da quello metafisico e psicologico a quello economico e politico.
Questa condizione, della quale l’uomo contemporaneo viene, seppure a fatica, acquistando sempre più consapevolezza, conferisce alla scelta ( quando è davvero tale) un carattere nuovo e decisivo. Nessuna scelta potrà mai configurarsi come definitiva, l’ultima, compiuta la quale non occorre più scegliere, perché l’essere è sempre assicurato e garantito. Bisogna inoltre aggiungere che oggi la libertà risulta condizionata in forme diverse da come era condizionata un tempo. I condizionamenti della libertà sono nell’età contemporanea molteplici e rischiano di trasformare la parola libertà in una parola semanticamente equivoca e retorica.

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