Il libro dei valori

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- Liceo Classico "Cagnazzi" -- Altamura (BA), Altamura (BA)

Da “Dialogo tra un impiegato e un non so” di G.Gaber?


Vorrei essere libero, libero come un uomo. ?Vorrei essere libero come un uomo. ??Come un uomo appena nato ?che ha di fronte solamente la natura ?e cammina dentro un bosco ...


Vorrei essere libero, libero come un uomo. ?Vorrei essere libero come un uomo. ??Come un uomo appena nato ?che ha di fronte solamente la natura ?e cammina dentro un bosco ?con la gioia di inseguire un’avventura. ?Sempre libero e vitale ?fa l’amore come fosse un animale ?incosciente come un uomo ?compiaciuto della propria libertà. ??La libertà non è star sopra un albero ?non è neanche il volo di un moscone ?la libertà non è uno spazio libero ?libertà è partecipazione. ??Vorrei essere libero, libero come un uomo. ?Come un uomo che ha bisogno ?di spaziare con la propria fantasia ?e che trova questo spazio ?solamente nella sua democrazia. ?Che ha il diritto di votare ?e che passa la sua vita a delegare ?e nel farsi comandare ?ha trovato la sua nuova libertà. ??La libertà non è star sopra un albero ?non è neanche avere un’opinione ?la libertà non è uno spazio libero ?libertà è partecipazione. ??La libertà non è star sopra un albero ?non è neanche il volo di un moscone ?la libertà non è uno spazio libero ?libertà è partecipazione. ??Vorrei essere libero, libero come un uomo. ?Come l’uomo più evoluto ?che si innalza con la propria intelligenza ?e che sfida la natura ?con la forza incontrastata della scienza ?con addosso l’entusiasmo ?di spaziare senza limiti nel cosmo ?e convinto che la forza del pensiero ?sia la sola libertà. ??La libertà non è star sopra un albero ?non è neanche un gesto o un’invenzione ?la libertà non è uno spazio libero ?libertà è partecipazione. ??La libertà non è star sopra un albero ?non è neanche il volo di un moscone ?la libertà non è uno spazio libero ?libertà è partecipazione.

II E- SCUOLA SECONDARIA DI I GRADO "BUONSANTO - MEO" - Scuola Media "Buonosanto Meo" -- San Vito dei Normanni (BR), San Vito dei Normanni (BR)

La libertà di Espressione del mondo

La libertà di espressione è sancita dall’art. 10 della Convenzione
Europea, entrata in vigore nel 1953, per la salvaguardia dei Diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali:
1 Ogni ...

La libertà di espressione è sancita dall’art. 10 della Convenzione
Europea, entrata in vigore nel 1953, per la salvaguardia dei Diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali:
1 Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e di ricevere o comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.

2. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.
La violazione dell’art. 10 della Convenzione Europea rende legittimo il ricorso del cittadino alla CORTE EUROPEA dei Diritti dell’Uomo.

Martina Pegoraro II A I.C. “M.Buonarroti” - Scuola Media “Buonarroti” -- Rubano (PD), Rubano (PD)

LA PACE E LIBERTA’ COSA SONO?

Secondo me, la pace e la libertà sono due cose essenziali per tutti gli uomini, e per questo dovrebbero averle tutti, anche se stanno in diversi paesi, con diverse culture ...

Secondo me, la pace e la libertà sono due cose essenziali per tutti gli uomini, e per questo dovrebbero averle tutti, anche se stanno in diversi paesi, con diverse culture.
Ma come possono esistere la pace e la libertà in un mondo dove esistono la guerra, le discriminazioni, lo sfruttamento dei minorenni e non solo… Secondo me tutto questo può cambiare e siamo NOI che possiamo fare LA DIFFERENZA!
Dobbiamo ragionare bene prima di fare o dire qualcosa che potrebbe distruggere la pace e la libertà di qualcuno, perché dobbiamo solamente pensare che tutto quello potrebbero farlo a noi stessi.
OGNUNO di noi può cominciare a fare la pace e la libertà!!!!!! E dobbiamo cominciare a credere che può essere veramente così!
Inoltre, secondo me la pace e la libertà sono solamente due cose bellissime che ognuno di noi desidera con tutta la sua anima… ma che purtroppo non tutti hanno!!

VA LICEO CLASSICO CASARANO - Liceo Classico "Casarano" -- Casarano (LE), Casarano (LE)

Raccolta di testi sulla parola “LIBERTA’”

Thomas Hobbes, “De Cive”

There are some who therefore imagine Monarchy to bee more grievous than Democraty, because there is lesse liberty in that, than in this. If by liberty ...

Thomas Hobbes, “De Cive”

There are some who therefore imagine Monarchy to bee more grievous than Democraty, because there is lesse liberty in that, than in this. If by liberty they mean an exemption from that subjection which is due to the Lawes (i.e.) the commands of the People, neither in Democraty, nor in any other state of government whatsoever, is there any such kind of liberty. If they suppose liberty to consist in this, that there be few lawes, few prohibitions, and those too such, that except they were forbidden, there could be no Peace; then I deny that there is more liberty in Democraty than Monarchy; for the one as truly consisteth with such a liberty, as the other. For although the word liberty, may in large, and ample letters be written over the gates of any City whatsoever, yet is it not meant the Subjects, but theCities liberty, neither can that word with better Right be inscribed on a City which is governed by the people, than that which is ruled by a Monarch. But when private men or subjects demand liberty, under the name of liberty, they ask not for liberty, but dominion, which yet for want of understanding, they little consider; for if every man would grant the same liberty to another, which he desires for himselfe, as is commanded by the law of nature, that same naturall state would return again, in which all men may by Right doe all things, which if they knew, they would abhor, as being worse than all kind of civill subjection whatsoever. But if any man desire to have his single freedome, the rest being bound, what does he else demand but to have the Dominion? For who so is freed from all bonds, is Lord over all those that still continue bound. Subjects therefore have no greater liberty in a Popular, than in a Monarchicall State. That which deceives them, is the equall participation of command, and publique places; for where the authority is in the People, single subjects doe so far forth share in it as they are parts of the People ruling; and they equally partake in publique Offices so far forth as they have equall voices in choosing Magistrates, and publique Ministers. And this is that which Aristotle aim'd at, himself also, through the custome of that time, miscalling Dominion liberty, in his sixth Book, and second Chapter of Politiques. In a popular State there is liberty by supposition; which is a speech of the vulgar, as if no man were free out of this State. From whence, by the way, we may collect, That those Subjects, who in a Monarchy deplore their lost liberty, doe onely stomack this, that they are not receiv'd to the steerage of the Common-weal.

Cicerone, “Il Destino”



Mi sembra che - date due dottrine degli antichi filosofi, l’una di quelli che ritenevano che tutto avvenisse per fato e che questo fato imponesse la forza della necessità, [...] l’altra di quelli cui sembrava che vi fossero moti volontari dell’anima non retti da alcun fato - Crisippo, come arbitro onorario, abbia voluto trovare un medio termine; e, pur inclinando piuttosto dalla parte di quelli che intendono liberare i moti dell’anima dalla necessità, usando le sue argomentazioni scivola nelle difficoltà in modo tale che, controvoglia, finisce col dare supporto alla tesi della necessità del fato. [...] I filosofi antichi che ritenevano che tutto avvenga in virtù del fato affermavano che esso si verifica forzato da necessità; quelli che avevano parere contrario, rendevano libero l’assenso dal fato, e dicevano che, se si ammettesse che l’assenso ricada sotto il dominio del fato, non si potrebbe evitare di pensarlo del tutto determinato [...]

Gorgia, “Encomio di Elena”


Imperciocchè o per voler della sorte, e per comandamento de' Numi, e per necessità del destino operò ciò, che fece, o per forza rapita fu, o da discorsi convinta, o presa da amore. Se il primo si diede, degno è d'esserne accagionato chi ne diede cagione. Ch'egli è impossibile colla provvidenza degli Uomini impedire la provvidenza d'un Dio. Nè vuol natura, che un più perfetto dall'inferiore dipenda, ma che l'inferiore dal più perfetto sia governato, e condotto. Il Superiore adunque comanda, e l'inferiore è soggetto. Or Dio è più perfetto dell'uomo e nella forza, e nel sapere, e in altre prerogative. Dunque o la fortuna, o Dio[4] s'incolpi, o nella sua disgrazia Elena si compatisca. Se fu per forza rapita, e fuor d'ogni legge necessitata, ed offesa; cosa è pur chiara, che quel medesimo, che la rapì, e che l'offese, l'ingiustizia commise. Poichè se rapita Ella, ed offesa disavventure sofferse, degno è certamente quel barbaro, che a così barbaro attentato s'accinse, d'esserne e dalla legge, e da' discorsi, e in realtà gastigato: dalla legge co' disonori, da' discorsi coll'accuse, e in realtà dalle pene. E se necessitata Ella fu, e vedova della Patria rimase, ed orfana d'amici, come più non merita compatimento, che maldicenze? Poiché se il rapitore gravi cose tentò, Elena gravi cose sofferse, giusto è, che questa pietà ne tragga, e quell'altra malevolenza. Che se poi da tale eloquenza fu persuasa, che la sua mente ne restasse ingannata, non è pur difficile intorno a questo difenderla, e liberarla dall'accuse, che a lei si fanno.


Aristotele, “Etica Nimomachea”


Giacché, dunque, la virtù ha a che vedere sia con passioni sia con azioni, e giacché per le passioni e le azioni volontarie ci sono la lode e il biasimo, mentre per le involontarie c’è il perdono, e talora anche la pietà, definire il volontario e l’involontario è indubbiamente necessario per coloro che studiano la virtù, e utile anche ai legislatori per stabilire [35] le ricompense onorifiche e le punizioni.
Si ammette, dunque, comunemente, che sono involontari gli atti compiuti per forza o per ignoranza. Forzato è l’atto il cui principio è esterno, tale cioè che chi agisce, ovvero subisce, non vi concorre per nulla: per esempio, se si è trascinati da qualche parte da un vento o da uomini che ci tengono in loro potere. Le azioni che si compiono per paura di mali più grandi oppure per qualcosa di bello (per esempio, nel caso in cui un tiranno ci ordinasse di compiere qualche brutta azione tenendo in suo potere i nostri genitori e i nostri figli, sì che se noi la compiamo essi si salveranno, se no, morranno) è discutibile se siano involontarie o volontarie. Qualcosa di simile accade anche quando si gettano fuori bordo i propri averi durante le tempeste, giacché in generale nessuno butta via volontariamente, ma chiunque abbia senno lo fa per salvare se stesso e tutti gli altri. Simili azioni, dunque, sono miste, ma assomigliano di più a quelle volontarie, giacché sono fatte oggetto di scelta nel momento determinato in cui sono compiute e il fine dell’azione dipende dalle circostanze. Per conseguenza, anche il volontario e l’involontario devono essere determinati in riferimento al momento in cui si agisce. In questo caso si agisce volontariamente, giacché il principio che muove come strumenti le parti del corpo in simili azioni è nell’uomo stesso: e le cose di cui ha in se stesso il principio, dipende da lui farle o non farle. Tali azioni, dunque, sono volontarie, anche se in assoluto forse sono involontarie, giacché nessuno sceglierebbe alcuna delle azioni di tal genere per se stessa. Per azioni simili talora si è anche lodati, quando si sopporta qualcosa di brutto o di doloroso in cambio di cose grandi e belle; in caso contrario si è biasimati, giacché sopportare le cose più vergognose per niente di bello o di proporzionato è da uomo miserabile. In alcuni casi, poi, non si dà lode, ma perdono: quando uno compie un’azione che non deve, ma per evitare mali che oltrepassano l’umana natura e che nessuno potrebbe sopportare. Ma ad alcuni atti, senza dubbio, non è possibile lasciarsi costringere, ma piuttosto bisogna morire pur tra terribili sofferenze: infatti, i motivi che hanno costretto l’Alcmeone di Euripide ad uccidere la propria madre sono manifestamente risibili. È difficile, talvolta, discernere [30] che cosa ed a quale costo si deve scegliere e che cosa e per qual vantaggio si deve sopportare, ma ancor più difficile perseverare nelle decisioni prese: come, infatti, per lo più, ciò che ci aspetta è doloroso, ciò cui si è costretti è vergognoso, ragion per cui si meriterà lode o biasimo a seconda che ci si sia lasciati costringere oppure no. Quali azioni, dunque, si devono chiamare forzate? Non dovremo dire che in senso assoluto lo sono quando la causa risiede in circostanze esterne e quando chi agisce non vi concorre per niente? Le azioni che per se stesse sono involontarie, ma che in un determinato momento ed in cambio di determinati vantaggi sono fatte oggetto di scelta, ed il cui principio è interno a chi agisce, per se stesse sono, sì, involontarie, ma, in quel determinato momento e per quei determinati vantaggi, sono volontarie. E assomigliano di più a quelle volontarie, poiché le azioni fanno parte delle cose particolari, e queste sono volontarie. D’altra parte, quali cose bisogna scegliere ed in cambio di quali altre non è facile stabilire, giacché nei casi particolari ci sono molte differenze. Se si dicesse che le cose piacevoli e le cose belle sono costrittive (in quanto costringono dall’esterno), tutte le azioni sarebbero, da quel punto di vista, forzate, giacché è in vista del piacevole e del bello che tutti gli uomini fanno tutto quello che fanno. E quelli che agiscono per forza e contro voglia agiscono con sofferenza, mentre quelli che agiscono per il piacevole ed il bello lo fanno con piacere. D’altra parte, è ridicolo accusare le circostanze esterne e non se stessi se si è facile preda di cose di tale natura, e anzi considerare causa delle belle azioni se stessi, delle brutte, invece, l’attrattiva dei piaceri. Dunque, sembra che l’atto forzato sia quello il cui principio è esterno, senza alcun concorso di colui che viene forzato.

San Tommaso, “Summa Theologica”

Se l‘uomo possieda il libero arbitrio Pare che l‘uomo non possieda il libero arbitrio. Infatti: 1. Chi possiede il libero arbitrio fa quello che vuole. Ma l‘uomo non fa quello che vuole, poiché sta scritto [Rm 7, 19]: «Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio». Quindi nell‘uomo non c‘è il libero arbitrio. 2. Chiunque abbia il libero arbitrio ha il potere di volere e di non volere, di operare e di non operare. Ma ciò non appartiene all‘uomo: infatti sta scritto [Rm 9, 16]: «Non è di chi vuole» il volere, «né di chi corre» il correre. Quindi l‘uomo non possiede il libero arbitrio. 3. «È libero chi è causa di se stesso», come dice Aristotele [Met. 1, 2]: quindi non lo è chi è mosso da altri. Ma Dio muove la volontà, poiché dice la Scrittura [Pr 21, 1]: «Il cuore del re è un canale d‘acqua in mano al Signore: lo dirige dovunque egli vuole», e ancora: [Fil 2, 13] «È Dio che produce in noi il volere e l‘operare». Quindi l‘uomo non ha il libero arbitrio. 4. Chiunque possiede libertà di arbitrio è padrone dei suoi atti. Ma l‘uomo non è padrone dei suoi atti, poiché leggiamo [Ger 10, 23]: «L‘uomo non è padrone della sua via, non è in potere di chi cammina il dirigere i suoi passi». Per conseguenza l‘uomo non è libero. 5. Dice il Filosofo [Ethic. 3, 5]: «Quale ciascuno è, tale è il fine che a lui appare». Ma non è in nostro potere essere fatti in questo o in quel modo, poiché ci viene dalla natura. Quindi è per natura che noi seguiamo un dato fine. Quindi non per libero arbitrio. In contrario: Sta scritto [Sir 15, 14]: «Egli da principio creò l‘uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere». E la Glossa [ord.] spiega: «cioè del suo libero arbitrio». Dimostrazione: L‘uomo possiede il libero arbitrio: altrimenti sarebbero vani i consigli, le esortazioni, i precetti, le proibizioni, i premi e le pene. Per averne l‘evidenza dobbiamo osservare che alcuni esseri agiscono senza alcun discernimento o giudizio, come la pietra che si muove verso il basso; e così tutte le cose che sono prive di conoscenza. — Altri esseri invece agiscono con un certo giudizio, che però non è libero, come gli animali bruti. Infatti la pecora, al vedere il lupo, giudica, con discernimento naturale e non libero, che è necessario fuggirlo: e tale giudizio non proviene da un confronto [tra vari oggetti], ma da un istinto naturale. E lo stesso si dica del discernimento di tutti gli animali. — L‘uomo invece agisce in base a un [vero] giudizio, poiché giudica mediante la facoltà conoscitiva se una cosa vada fuggita o seguita. Ora, siccome un tale giudizio non mira per un istinto naturale a una cosa determinata da farsi, ma dipende da un raffronto della ragione, nelle realtà l‘uomo agisce con giudizio libero, avendo di conseguenza il potere di portarsi su oggetti diversi. Infatti nelle realtà contingenti la ragione ha la via aperta verso termini opposti: come riscontriamo nei sillogismi di probabilità, o dialettici, e negli accorgimenti della retorica. Ora, le cose particolari da farsi sono contingenti: quindi il giudizio della ragione su di esse rimane aperto verso soluzioni opposte, e non è determinato a una sola. È necessario pertanto che l‘uomo possieda il libero arbitrio, proprio perché egli è razionale. Analisi delle obiezioni: 1. Come si è già notato [q. 81, a. 3, ad 2], l‘appetito sensitivo, benché obbedisca alla ragione, può talvolta dissentire, nutrendo desideri contrari a quelli che sono dettati dalla ragione. — E il bene che l‘uomo non riesce a fare quando vuole è proprio questo, «di non desiderare contro la ragione», come dice S. Agostino nel suo commento. 2. La frase dell‘Apostolo non va intesa nel senso che l‘uomo non voglia e non corra per libero arbitrio, ma nel senso che il libero arbitrio non è sufficiente
a fare questo se non è mosso e aiutato da Dio. 3. Il libero arbitrio è causa del suo operare, dato che l‘uomo muove se stesso all‘azione per mezzo del libero arbitrio. Tuttavia la libertà non esige necessariamente che l‘essere libero sia la prima causa di se stesso, come per ammettere che una cosa sia causa di un‘altra non si richiede che ne sia la causa prima. Dio dunque è la causa prima, che muove le cause naturali e quelle volontarie. E come col muovere le cause naturali non toglie che i loro atti siano naturali, così muovendo le cause volontarie non toglie alle loro azioni di essere volontarie, anzi, è proprio lui che le fa essere tali: infatti egli opera in tutte le cose secondo le proprietà di ciascuna. 4. Si dice che «l‘uomo non è padrone della sua via» quanto all‘esecuzione delle sue decisioni, esecuzione che, lo voglia o non lo voglia, può essere impedita. Ma le decisioni stesse dipendono da noi: supposto però l‘aiuto divino. 5. Vi sono nell‘uomo due maniere di essere: una naturale e l‘altra acquisita. Quella naturale può riguardare o la parte intellettiva, o il corpo e le facoltà annesse al corpo. Dal fatto dunque che l‘uomo ha un suo modo naturale di essere nell‘ordine intellettivo consegue che egli desidera naturalmente il fine ultimo, che è la felicità. Questo appetito è naturale e non sottostà al libero arbitrio, come si è già visto [q. 82, aa. 1, 2]. Invece in ordine al corpo e alle facoltà annesse l‘uomo può avere un suo modo naturale di essere in quanto possiede una data complessione fisica, o una data predisposizione in dipendenza dall‘influsso delle cause fisiche — le quali invece non possono influire sulla parte intellettiva, non essendo questa l‘atto di un corpo —. Così dunque è vero che quale ciascuno è in base alle qualità del corpo, tale è il fine che gli si presenta: poiché da tali disposizioni fisiche l‘uomo si sente inclinato a scegliere o a ripudiare qualcosa. Però queste inclinazioni sottostanno al giudizio della ragione, a cui l‘appetito inferiore obbedisce, come si è già detto [q. 81, a. 3]. Quindi da ciò non viene alcun pregiudizio al libero arbitrio. Le qualità sopraggiunte si presentano poi come abiti e passioni, in forza di cui uno è portato più a una cosa che a un‘altra. Tuttavia anche queste inclinazioni sottostanno al giudizio della ragione. Anzi, tali qualità vi sottostanno anche perché sta in noi acquistarle, o causandole o disponendoci ad esse, oppure eliminarle. E così non vi è nulla che si opponga alla libertà di arbitrio.

John Locke, “Saggio sull’intelletto umano”


Liberty, what. As it is in the motions of the body, so it is in the thoughts of our minds : where any one is such, that we have power to take it up, or lay it by, according to the preference of the mind, there we are at liberty. A waking man, being under the necessity of having some ideas constantly in his mind, is not at liberty to think or not to think ; no more than he is at liberty, whether his body shall touch any other or no : but whether he will remove his contemplation from one idea to another is many times in his choice ; and then he is, in respect of his ideas, as much at liberty as he is in respect of bodies he rests on ; he can at pleasure remove himself from one to another. But yet some ideas to the mind, like some motions to the body, are such as in certain circumstances it cannot avoid, nor obtain their absence by the utmost effort it can use. A man on the rack is not at liberty to lay by the idea of pain, and divert himself with other contemplations : and sometimes a boisterous passion hurries our thoughts, as a hurricane does our bodies, without leaving us the liberty of thinking on other things, which we would rather choose. But as soon as the mind regains the power to stop or continue, begin or forbear, any of these motions of the body without, or thoughts within, according as it thinks fit to prefer either to the other, we then consider the man as a free agent again.

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